lunedì 6 luglio 2009


L'ANTICOSTITUZIONALITA'

DEL GOVERNO ITALIANO


Prima di tutto, occorre denunciare che Berlusconi e la Lega con l’approvazione del decreto sicurezza si sono assunti la responsabilità di sancire la definitiva acquisizione nel nostro ordinamento giuridico di forme di razzismo istituzionale. Ma con altrettanta chiarezza va detto che tanti altri in questi anni hanno contribuito a costruire quel clima politico culturale che ha reso possibile tutto ciò. Si tratta di quei tanti politici e opinionisti, di tutte le parti politiche, che in questi anni hanno alimentato le paure delle persone nei confronti dei migranti non avendo il coraggio di provare ad arginare il fiume di cattiveria e xenofobia che andava montando nel nostro Paese nel timore di perder consenso e lettori.
Il ddl sicurezza, nasce da tale deriva e si basa su un’ipotesi di società che è quanto di più lontano si possa immaginare da quella cultura della “cura” che aveva fatto nel nostro Paese uno dei più avanzati al mondo in termini di legislazione in materia di diritti umani e civili. Il reato d’immigrazione clandestina che trasforma uomini e donne in criminali non per i loro comportamenti ma per la loro condizione umana; l’allungamento dei tempi di detenzione nei centri di identificazione ed espulsione di persone che non hanno commesso nessun crimine; la violenza inaccettabile della norma che impedisce ad una madre di riconoscere il proprio bambino o la propria bambina solo perché irregolare sono scelte legislative che offendono la nostra storia e la nostra Costituzione.
Il ddl sicurezza, ancora, rende sempre più deboli e ricattabili i lavoratori e le lavoratrici migranti, aumentando l’asimmetria di potere a favore dei datori di lavoro. Infatti, quale immigrato o immigrata potrà contrattare retribuzioni, orari di lavoro, trattamento sapendo che se perde il lavoro, oltre al reddito rischia, dopo poco tempo, di essere considerato criminale?
Nei fatti, migliaia di persone saranno negate nella loro esistenza. Non persone, perché le persone creano problemi, vogliono essere rispettate, hanno aspettative e sogni, ma solo forza lavoro per altro necessaria e indispensabile all’economia del nostro Paese e per curare e accudire i nostri anziani
Ma il ddl sicurezza non colpisce solo i migranti e le loro famiglie ma tutti noi. Spinge l’insieme della nostra società in un baratro pericoloso e ingiusto. Una società dove gli interessi corporativi e il controllo sugli altri diventano la base dei processi identitari; dove la rappresentazione dei fenomeni sociali diventa più importante dei fenomeni stessi; dove la violenza diventa regolatrice delle relazioni umane; dove gli ultimi e i senza voce sono trasformati in merce o in “nemici opportuni”.
Di fronte a tutto questo, non possiamo più limitarci alla sola indignazione. Stare in silenzio non ha senso e in qualche modo assume una valenza di complicità. Abbiamo il dovere diritto di dichiarare la nostra opposizione.
Per questo, per affossare e superare il ddl sicurezza e necessario, da subito, lavorare in due direzioni. Da un lato dobbiamo nei nostri luoghi di vita, di lavoro, di relazione provare a rompere il perverso rapporto tra gli “imprenditori della paura” e gli spaventati. D’altra parte dobbiamo costruire spazi e interventi che provino ad arginare tale deriva, a costruire alternative, a praticare modelli di comunità accoglienti, capaci di riconoscere e valorizzare le differenze, in grado di essere più sicuri perché più giusti e solidali
Per capire come provare a contrastare l’ondata di inciviltà, cattiveria e razzismo che ci sta sommergendo, per trovare insieme forme di disobbedienza, civile, democratica e nonviolenta, per interrogare la politica e le istituzioni locali rispetto alla possibilità di approvare norme regionali che restituiscano diritti e dignità alle persone migranti, insieme ad altri e ad altre abbiamo provato a costruire un primo momento di incontro, lunedì 6 luglio alle ore 17 alla Cgil in Via Torino

Andrea Morniroli – cooperativa sociale Dedalus Napoli
pubblicato su Repubblica Napoli 6 luglio 2009

domenica 5 luglio 2009



POLITICA E SOCIETA’

Il nostro illustre Professore, come sempre, sa cogliere ed analizzare, con poche parole e al meglio, la società del nostro tempo. La riflessione fa uno spiccio ma oggettivo riscontro di quanto oggi si discuta sulla possibilità di spazi che viene lasciata ai cosiddetti “giovani”. In un paese costituito anagraficamente da persone sempre più vecchie, in cui la crescita della natalità corrisponde quasi allo zero, diventa scontato e, disgraziatamente ovvio, circoscrivere lo spazio di azione dei giovani- ultratrentenni, relegandoli ad eterni adolescenti..che “quando sbagliano devono venire perdonati” in quanto giovani!
Buona lettura.

Negli anni cinquanta e sessanta la nostra popolazione era fatta di padri e figli. I pochi nonni in circolazione facevano i nonni. Oggi, grazie alla medicina e al miglioramento delle condizioni di vita ci sono non due, ma tre generazioni: i settantenni e gli ottantenni che ancora detengono il potere e che hanno come interlocutori i sessantenni e i cinquantenni. Esclusa resta quella che ormai possiamo chiamare la terza generazione, ossia i figli dei padri e dei nonni, che sono poi i giovani del nostro tempo, che tali vengono considerati anche a trenta e quarant’anni dal mondo della ricerca, delle amministrazioni, del lavoro e del mercato. Questi giovani nessuno li vede, nessuno li chiama in causa, al massimo vengo parcheggiati all’università, negli stage, nel precariato e, per dirla tutta, nell’insignificanza sociale. Per questo i giovani vivono di notte, perché di giorno si sentono superflui.
Se a questo si aggiunge che i padri, metaforicamente intesi come generazione dei cinquantenni e dei sessantenni, temono i giovani, che hanno per natura un potenziale di forza biologica, sessuale, ideativa maggiore dei padri. Se addirittura detti padri fanno a gara per assomigliare, pateticamente, ai giovani, senza peraltro occuparsi seriamente di loro, perché la loro attenzione è rivolta ai “nonni” che ancora detengono il potere, e rispetto ai quali padri sono divorati dall’ansia di poter loro succedere, viene da chiedersi: che futuro può avere la nostra società.
Il miglioramento delle condizioni di vita e la medicina hanno qundi creato, rispetto agli anni cinquanta e sessanta, una terza generazione, quella dei nonni, a cui non auguro naturalmente di morire, ma semplicemente di congedarsi dalle posizioni di potere per occuparsi di tutto quello di cui non si sono occupati per tutta la vita. Ossia di se stessi e del mondo dei loro affetti, evitando che le forze biologicamente e ideativamente più forti non abbiano a languire nell’inedia e nella mancata procreazione che, a quanto pare, è assolutamente impossibile senza basi economiche e rassicuranti prospettive per il futuro. E questo checché ne dicano i movimenti per la vita, dal momento che la vita non può prescindere dalle condizioni socio-economiche della società in sui si vive. E da noi queste condizioni sono sequestrate dai nonni e dai padri. E i figli che fanno? Aspettano “perché intanto sono giovani”?
U. Galimberti

da “La Repubblica delle Donne” del 4 luglio 2009