
POLITICA E SOCIETA’
Il nostro illustre Professore, come sempre, sa cogliere ed analizzare, con poche parole e al meglio, la società del nostro tempo. La riflessione fa uno spiccio ma oggettivo riscontro di quanto oggi si discuta sulla possibilità di spazi che viene lasciata ai cosiddetti “giovani”. In un paese costituito anagraficamente da persone sempre più vecchie, in cui la crescita della natalità corrisponde quasi allo zero, diventa scontato e, disgraziatamente ovvio, circoscrivere lo spazio di azione dei giovani- ultratrentenni, relegandoli ad eterni adolescenti..che “quando sbagliano devono venire perdonati” in quanto giovani!
Buona lettura.
Negli anni cinquanta e sessanta la nostra popolazione era fatta di padri e figli. I pochi nonni in circolazione facevano i nonni. Oggi, grazie alla medicina e al miglioramento delle condizioni di vita ci sono non due, ma tre generazioni: i settantenni e gli ottantenni che ancora detengono il potere e che hanno come interlocutori i sessantenni e i cinquantenni. Esclusa resta quella che ormai possiamo chiamare la terza generazione, ossia i figli dei padri e dei nonni, che sono poi i giovani del nostro tempo, che tali vengono considerati anche a trenta e quarant’anni dal mondo della ricerca, delle amministrazioni, del lavoro e del mercato. Questi giovani nessuno li vede, nessuno li chiama in causa, al massimo vengo parcheggiati all’università, negli stage, nel precariato e, per dirla tutta, nell’insignificanza sociale. Per questo i giovani vivono di notte, perché di giorno si sentono superflui.
Se a questo si aggiunge che i padri, metaforicamente intesi come generazione dei cinquantenni e dei sessantenni, temono i giovani, che hanno per natura un potenziale di forza biologica, sessuale, ideativa maggiore dei padri. Se addirittura detti padri fanno a gara per assomigliare, pateticamente, ai giovani, senza peraltro occuparsi seriamente di loro, perché la loro attenzione è rivolta ai “nonni” che ancora detengono il potere, e rispetto ai quali padri sono divorati dall’ansia di poter loro succedere, viene da chiedersi: che futuro può avere la nostra società.
Il miglioramento delle condizioni di vita e la medicina hanno qundi creato, rispetto agli anni cinquanta e sessanta, una terza generazione, quella dei nonni, a cui non auguro naturalmente di morire, ma semplicemente di congedarsi dalle posizioni di potere per occuparsi di tutto quello di cui non si sono occupati per tutta la vita. Ossia di se stessi e del mondo dei loro affetti, evitando che le forze biologicamente e ideativamente più forti non abbiano a languire nell’inedia e nella mancata procreazione che, a quanto pare, è assolutamente impossibile senza basi economiche e rassicuranti prospettive per il futuro. E questo checché ne dicano i movimenti per la vita, dal momento che la vita non può prescindere dalle condizioni socio-economiche della società in sui si vive. E da noi queste condizioni sono sequestrate dai nonni e dai padri. E i figli che fanno? Aspettano “perché intanto sono giovani”?
U. Galimberti
da “La Repubblica delle Donne” del 4 luglio 2009
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