domenica 14 giugno 2009



Questo, a parer mio, dev'essere il modo nuovo di vedere la politica e del far politica, servirebbero più umiltà e passione vera.

da EUROPA- del 10 giugno 2009

La strada verde dei nuovi riformisti


Poche storie, abbiamo perso le elezioni. Il Pd è sotto di 4 milioni di voti rispetto al risultato di dodici mesi fa, rimane il primo partito solo in due regioni su venti, è sconfitto in un discreto numero di province e comuni dove il centrodestra non governava da lungo tempo. Questo dato negativo si accompagna con una seconda evidenza, essa invece incoraggiante: il fallimento dei propositi berlusconiani di ottenere dal voto un plebiscito personale.
Il duplice segno dell’esito elettorale espone il nostro partito ad un grande rischio: che la soddisfazione per il mancato sfondamento del Pdl, in sé più che legittima, ci faccia trascurare o peggio rimuovere quell’altra verità: dopo un anno di governo e malgrado l’insufficienza delle risposte anti-crisi e le cadute di prestigio e d’immagine del premier, il centrodestra non perde consensi (in percentuale), mentre nel campo della vecchia Unione il Pd s’indebolisce a vantaggio sia dell’Italia dei Valori che delle sinistre radicali. Il progetto del Partito democratico è in crisi, la nostra “vocazione maggioritaria” vacilla persino nelle tradizionali roccaforti della sinistra italiana.
O la discussione in vista del congresso prenderà di petto questa difficoltà innegabile oppure la crisi si avviterà in un precoce, inarrestabile declino di quella che è stata e che resta una grande speranza: dare vita in Italia ad un forte, moderno partito riformista.
Una lettura pure approssimativa del voto europeo può aiutare, intanto, a capire quale strada debba imboccare il Pd. Il centrosinistra è in difficoltà quasi dappertutto, il centrosinistra è sempre meno socialista. Sono queste le due principali costanti del risultato elettorale in Europa. Nel nuovo parlamento di Strasburgo le forze catalogabili di centrosinistra peseranno un po’ meno sul totale, e parecchio di meno peseranno i socialisti: anzi, per la prima volta il campo riformista non vedrà una netta maggioranza socialista (circa 160 i parlamentari socialisti, più di 150 tra verdi, liberaldemocratici e democratici italiani). Le due tendenze sono tra loro intrecciate: i partiti socialisti faticano a rimanere competitivi come forze maggioritarie d’alternativa ai conservatori, e in molti casi una quota crescente di elettori sceglie offerte riformiste che si collocano al di fuori della storia e dell’identità socialista. È così in Francia, dove Europe-Ecologie di Cohn-Bendit con il suo clamoroso 16% da una parte e il Modem di Bayrou (sebbene in flessione) dall’altra conquistano più voti del Partito socialista. È così in Germania, con i Verdi che ritornano ai loro massimi storici.
È così in Gran Bretagna, dove Verdi e Liberali ottengono insieme più seggi dei Laburisti.
Naturalmente ognuna di queste situazioni ha cause in parte specifiche, legate ai singoli contesti nazionali, ma non c’è dubbio che tutte quante rispondano anche a una dinamica generale. Nell’Europa del XXI secolo l’equazione “socialista uguale riformista” – lo ricordava ieri questo giornale – non vale più. Perché ci sono problemi e temi nuovi – l’ambiente, la necessità di passare dal welfare dell’egualitarismo a quello delle pari opportunità, la frammentazione sociale, oggi una crisi economica di sistema che chiede risposte originali – i quali mettono duramente alla prova, e più di una volta mettono in crisi, l’abito mentale della tradizione socialista.
Il Partito democratico ha l’occasione storica di guidare la ricerca e la costruzione di un riformismo calato nello spirito dei tempi.
Non è un partito socialista, non hanno una storia socialista (con rare eccezioni) la sua base, i suoi quadri, i suoi dirigenti. E questo che per lungo tempo è parso un punto debole del riformismo italiano, ora può essere la sua forza, il suo principale valore aggiunto.
Può consentirgli, per esempio, di innalzare la bandiera dell’ambientalismo politico, in Italia resa inservibile dal minoritarismo dei nostri Verdi ma che in Europa, nel mondo – Obama docet – non è mai stata così essenziale ad un progetto riformista popolare e vincente.
L’ambiente è un territorio cruciale per dare nuovo slancio, nuovo respiro, nuova freschezza al segreto del successo di ogni riformismo: offrire la politica come mezzo per migliorare la vita di ciascuno e anche, però, per migliorare il mondo, per renderlo più giusto.
L’ambiente come green revolution, per creare sviluppo e al tempo stesso scongiurare il collasso climatico; l’ambiente come radicamento degli individui e delle comunità nei loro “luoghi”; l’ambiente come metafora delle risorse più preziose su cui l’Italia può contare, dal paesaggio all’alta qualità umana e territoriale che dà alimento al made in Italy: risorse largamente immateriali e perciò stesso “ecologiche”.
Insomma, rispetto alla gran parte dei partiti riformisti europei il Pd è molto più libero di dare forma e corpo a un’identità riformista mescolata e rinnovata, perché ha molto meno da perdere del suo passato. Ma deve decidere in fretta che questa sia la sua rotta, prima che una pigra inerzia lo sospinga a costruirsi come condominio di due vicende storiche – la neo-comunista, la cattolico-democratica – certamente nobili e ricche e però ancora più statiche, più sclerotiche di quella del socialismo europeo. Serve insomma un Partito democratico fedele alla sua ispirazione originaria di rottura, di “rivoluzione” degli equilibri pre-esistenti nel campo progressista; un partito non di ex, non di reduci e nostalgici, un partito che trovi finalmente il coraggio di assomigliare – nei suoi gruppi dirigenti, nei suoi amministratori – agli oltre tre milioni di cittadini che meno di due anni fa votarono per la sua nascita e che in grande maggioranza non si sentivano né post-comunisti né post-democristiani.
Questa è la vera posta in gioco del congresso. Convincere noi stessi di essere nati per dare corpo a una grande forza riformista come l’Italia non ha mai avuto, una forza con i piedi, la testa e il cuore nel presente e nel futuro.
E darci una leadership – magari di storia non democristiana e non comunista: perché non ambientalista? – che sia all’altezza del compito e sufficientemente forte nell’investitura per liberarsi dal controllo soffocante di capicorrente e capibastone. Solo così il Partito democratico potrà diventare agli occhi degli italiani un’alternativa credibile alla destra più inquietante, ma anche più popolare, che ci sia in Europa.

Roberto Della Seta e Francesco Ferrante

giovedì 11 giugno 2009


TRIBUTO ALLA POLITICA

«Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita» (Enrico Berlinguer)

Oggi l'Unità, dopo venticinque anni dalla sua morte, dedica uno speciale ad Enrico Berlinguer. L'analisi storico-politica fatta nell'articolo di cui sotto, ne dà una chiara collocazione temporale dell'epoca e di quella attuale. Buona lettura.

Una nuova democrazia in un'Italia diversa
di Alfredo Reichlin

Dalla morte di Enrico Berlinguer è passato un quarto di secolo, e da allora tutto è cambiato: il mondo. Del comunismo si è sbiadito perfino il ricordo e l’ethos del paese è dominato da idee, culture, modi di vivere rispetto ai quali quell’uomo schivo che invocava l’austerità e che chiedeva ai giovani del suo partito di sottomettersi alla dura disciplina «dell’arido studio», sembrerebbe un alieno. Perché allora torniamo a parlarne? La verità è che – come sempre per certi anniversari - sono i problemi di oggi che ci interrogano.(...)

Berlinguer è stato l’emblema di un nodo fondamentale della storia italiana, affrontato consapevolmente (i suoi amici possono testimoniarlo) ma non risolto: quel peculiare sistema italiano quale era stato edificato dopo la Resistenza e la Costituzione e via via si era sviluppato durante la guerra fredda in un complesso gioco di equilibri interni e internazionali. Una democrazia incompiuta la quale però aveva garantito il progresso del paese. Il Berlinguer che oggi torna ad occupare i nostri pensieri assume la responsabilità della segreteria comunista come un duro dovere e in nome del rifiuto di ogni mito (iniziò citando il Machiavelli che esorta a non almanaccare su «repubbliche che non esistono»).

Ma egli era animato da una profonda convinzione: tornare a pensare la politica in funzione del fatto che le fondamenta dello Stato non si erano consolidate e che quindi ciò che era necessario non erano riforme dall’alto ma una seconda tappa di quella autentica rivoluzione democratica che tra il ’43 e il ’46 aveva trasformato l’Italietta sabauda e fascista nell’Italia repubblicana. A me sembra che stia qui il punto su cui bisognerebbe tornare a riflettere. Perché questo non era il segno del suo anacronismo ma di un problema italiano tuttora cruciale: parlo del bisogno di una politica concepita come strumento di un nuovo protagonismo delle masse sub-alterne.

Non sto parlando di movimenti di protesta ma di un vasto disegno politico basato su una diversa combinazione delle forze storiche, della formazione di un blocco culturale, dell’idea di porre la difesa e lo sviluppo della democrazia su una base più solida, su un nuovo rapporto tra dirigenti e diretti. Questo era il suo tema. Ma se di questo si trattava, era del tutto evidente che egli non poteva sfuggire alla necessità di fare i conti con le ambiguità e il modo di essere del PCI quale la generazione di Togliatti ci aveva consegnato. Bisognava uscire dalla condizione di una opposizione ambiguamente collocata tra una vecchia cultura comunista alternativa al sistema e una visione nazionale (non solo di classe) dei problemi del paese volta a rendere possibile una funzione di governo.

Lo sblocco del sistema politico creato dalla guerra fredda e la fine della democrazia dimezzata non erano più separabili dall’uscire dal campo sovietico. Di qui lo strappo. E, in coerenza, la dichiarazione sulla NATO come strumento anche di garanzia per la gestione stessa della lotta democratica.(...) Io penso che Berlinguer vada giudicato in rapporto al suo disegno politico, ovvero al modo come si misurò con il problema della democrazia italiana quale in quegli anni 70 tornò a riproporsi.

Anni drammatici segnati dal fallimento del centrosinistra, dall’inflazione a due cifre, da grandi sommovimenti sociali che investivano le scuole e le fabbriche; dall’avvento su scala mondiale di una svolta conservatrice che poneva fine al compromesso tra capitalismo e democrazia, dal terrorismo che cominciava a sparare e a uccidere. Riemergeva il grande tema della «democrazia difficile» (come la chiamò Moro) cioè delle basi fragili dello Stato italiano.(...)

Un problema cruciale e per certi aspetti analogo a quello che ancora ci assilla, era davanti a noi. Parlo del venir meno delle condizioni fondamentali che avevano reso possibile quello straordinario balzo dell’economia italiana che fu «il miracolo economico» e cioè il regime tipicamente italiano dei bassi salari, milioni di contadini che abbandonavano i loro paesi e si offrivano ai cancelli delle fabbriche, cambi fissi, una domanda mondiale crescente di beni di consumo durevoli (l’auto, i frigoriferi). È tutto questo equilibrio che saltava, con l’internazionalizzazione dei mercati e il sistema politico ne fu scosso dalle fondamenta.

Si tentò la strada del centro sinistra, il ’68 e l’autunno caldo gonfiavano le nostre vele. Si creava così – è vero - una situazione nuova favorevole al PCI ma anche altamente pericolosa perché se da un lato grandi forze spingevano verso il superamento del sistema politico bloccato dall’altro riemergevano tutte le fratture della società italiana: dalle cieche resistenze delle forze reazionarie, alla mobilitazione del sovversivismo cosiddetto di sinistra. Di tutto ciò Enrico Berlinguer fu acutamente consapevole.

La sua ossessione (posso testimoniarlo) era che essendosi rotto qualcosa di molto profondo nei vecchi equilibri italiani la situazione era arrivata a quel passaggio cruciale in cui se le spinte del paese verso il cambiamento non trovavano uno sbocco politico «avremmo subito una feroce reazione del sistema». Qui sta la ragione originaria di ciò che prese il nome di compromesso storico. L’idea di fondo era che per uscire da quel dilemma occorreva una sorta di patto costituente, il quale facendo leva sull’intesa tra i grandi partiti popolari consentisse al tempo stesso una mobilitazione di vecchie e nuove potenze sociali.

Ciò che egli chiamò una seconda tappa della rivoluzione democratica. Era un progetto forte. Ma i fatti, i duri fatti, dicono che non andò a buon fine. Tuttavia la prova tragica che quella ipotesi non era campata in aria l’ha dato il fatto che Moro è stato assassinato. E la contro prova che la posta in gioco era molto più seria di un «inciucio» tra comunisti e democristiani l’ha data il fatto che, subito dopo finisce la repubblica dei partiti. La DC viene decapitata, il PSI subisce quella metamorfosi che sappiamo e il PCI viene chiuso nell’angolo senza più una capacità di incidere nei grandi processi di ristrutturazione ormai in atto (la mondializzazione, il neo-liberismo, la rivoluzione conservatrice).

Il vuoto politico che si venne a creare era grande e molto pericoloso. Si aprì la fase della lunga transizione italiana che non so se si è chiusa ancora: il lungo travaglio volto a porre su nuove basi lo sviluppo di un paese che si europeizzava. Sono passati 25 anni da allora. È finito il 900. L’URSS non c’è più. La storia del comunismo italiano è davvero storia conclusa. Perché allora parliamo ancora di Enrico Berlinguer? Sostanzialmente, io credo, perché nella sua opera c’è ancora qualcosa di politicamente operante.

Questo qualcosa – per dirla in breve e per usare il suo lessico - io credo sia il bisogno oggettivo di un pensiero più lungo che non si affidi a una nuova filosofia della storia ma sia però capace di leggere la nuova struttura del mondo che resta in gran parte sconosciuta alle mappe di cui disponiamo. In ciò sta il senso del mio ricordo: nel bisogno di un pensiero che produca senso e che ci dica dove andiamo.
10 giugno 2009

mercoledì 10 giugno 2009

RIFLESSIONI



IL CORAGGIO DI CAMBIARE

l'editoriale di Concita De Gregorio


Non ci appassiona il gioco di chi dice ha
perso l’altro dunque ho vinto io. Berlusconi
crolla dunque Fini gioisce, il candidato di
D’Alema va peggio di quello di Veltroni o
viceversa, dunque ecco chi è più forte. Le
elezioni non servono a calibrare strategie
precongressuali né ad alimentare la gara
alla leadership degli schieramenti. Omeglio
servono anche a questo ma solo di rimbalzo,
eventualmente, in terza battuta e nelle
segrete stanze. Prima e per tutto il resto del
Paese, per le persone comuni che vanno a
votare, le elezioni servono a eleggere amministratori
capaci, parlamentari degni di rappresentarci
in Italia e in Europa, eventualmente
di governare. Dovrebbe essere così
ma è diventato sempre più difficile scegliere.
È anche per questo, probabilmente, che
in così tanti non vanno più a votare. È proprio
per questo che la possibilità di esprimere
preferenze, come accade alle Europee,
dice qualcosa di fondamentale sul rapporto
fra base elettorale e classe politica. Osservate
bene i risultati. A dispetto della formazione
e della gerarchia delle liste - calibrate
ancora secondo logiche di «peso politico
interno» - inmoltissimi casi gli elettori hanno
premiato volti nuovi, persone venute dalla
politica sul territorio, candidati incapaci di
farsi portatori di decenni di diatribe personali
e reciproci rancori. Debora Serracchiani ne
è l’esempio più luminoso. Ha battuto in
preferenze il presidente del Consiglio. Nel
Pd ha superato il capolista Luigi Berlinguer,
il potente segretario del Pd emiliano Caronna.
Non è una ragazzina, è un avvocato di
quasi quarant’anni. Ha una lunga militanza
alle spalle, è stata scelta dalla base, ha vinto.
L’Italia è piena di Debore. Simona Caselli ha
superato il premier a Parma. Francesca
Barracciu lo ha battuto in Sardegna, poi non
eletta nonostante 116mila preferenze. Francesca
Balzani ha stravinto a Genova. L’Italia
custodisce centinaia di persone che sono il
Pd che l’elettorato vorrebbe: ora che è chiaro
bisognerà, la prossima volta, sceglierle
con cura, non nasconderle in fondo agli
elenchi, non strapparne la notte imanifesti,
crederci. In una bella intervista Antonio Di
Pietro dice oggi a Claudia Fusani: «Noi siamol’altra
gamba del progetto». Parla al Pd.
Parla alla sinistra. Anche a quella sinistra che
alcuni chiamano radicale. Il 6 per cento
dell’elettorato ha scelto la sinistra a sinistra
del Pd. Il cammino da fare ora è questo:
ritrovare la trama comune.
Il risultato così incerto delle amministrative
del resto parla chiaro. Persa rovinosamente
Napoli, era prevedibile ma certo l’assenza di
rinnovamento ha pesato. Perse le Marche e
l’Umbria, non è stato fatto un buon lavoro
sul territorio: le persone ci sono, basta dal
loro spazio e fiducia. Restano salde le piazze
storiche, la Toscana e l’Emilia sebbene il
giovane Renzi, cattolico della Margherita
abbia ottenuto un risultato inferiore a quello
sperato. Bisogna aspettare i dati definitivi e
poi leggere bene l’insegnamento che viene
dal voto. C’è bisogno di coraggio, Franceschini
ne ha avuto in questi primi difficili due
mesi. Ne serve altro, soprattutto adesso.
Bisogna cambiare, aprire e non chiudere,
non avere paura di misurarsi, non difendersi
in trincea. Berlusconi ha già perso.

da l'Unità 9 giugno 2009

mercoledì 3 giugno 2009





FILOSOFIA

Testo tratto dal giornalino scolastico Senza Filtro del Liceo Classico Marco Polo di Venezia.

-Quando i giovani sanno dire, senza facile pressapochismo-


SI E’ INABISSATA ATLANTIDE

Si è inabissata Atlantide, hanno scritto sui giornali, si è inabissata – spiegano ora i programmi televisivi del primo pomeriggio, mostrandoci plastici azzurrini e moderni maremoti – per la fantastica coincidenza di correnti sottomarine, di smottamenti della crosta terreste, dell’innalzamento del livello delle acque. Si è inabissata Atlantide allo stesso modo in cui sono state sommerse New Orleans e Bali, per il convergere di situazioni che siamo in grado di analizzare, classificare, confrontare, e che continuiamo però a lasciarci furiosi nella nostra angoscia da insetti.
La scienza, da cui oggi dipendiamo, è nata nel Quattrocento, da quei maghi cerusici che ci piccavano di trovare le connessioni intessute nella trama, i fili comuni, le corde da toccare per ottenere dominio e cambiamento; e non era amor di conoscenza a spingerli, ma amore di salvezza – perché, per quanto si aggrappiamo all’insondabile, alle architetture d’aria della filosofia, è la scienza a permetterci di conservare la vita. E così dovrebbe essere l’atteggiamento di fronte alle catastrofi: non andare in cerca di leggi eterne o di flussi del cielo, ma applicare forze, sempre maggiori alla sopravvivenza di un’umanità che non sconfigge il gigante – non può – ma resiste, piano e con tenacia divorante.
Non riusciamo a capirla, noi umanisti svogliati e un po’ acerbi, quella spirale di numeri e formule e scintille in ordine perfetto; se volete sappiamo dirvi la struttura dell’Infinito, o il canto delle rondini greche, o la musica dei nomi di dio, e sappiamo raccontarvi dei re sacrificati per render fertile la terra e della lotta tra gli assoluti e dei boschi che risuonano un nome, ma la scienza non riusciamo a capirla. Non riusciamo a capirla ma l’amiamo, perché qualcuno ce l’ha fatta amare, perché è necessaria e vera quanto e forse più delle nostre poesie troppo esili; l’amiamo perché per imparare a vivere e a guardare servono entrambe. Ci hanno abituati a vederle eternamente opposte, scienza e fede, sempre a sovrastarsi a vicenda, a negarsi, a darsi la caccia; e nessuno ci ha mai mostrato come possano scorrere accanto, e riempiere l’una i vuoti che l’altra lascia – consolare con la speranza l’inevitabile, e spiegare con una legge il miracolo del lampo. Il motivo per cui, per quanto le nostre conoscenze siano esplose fino a farci arginare piene e prevedere i venti, davanti ad un terremoto a dominarci non sia solo il terrore della sua immensità fisica, ma un più ampio e paralizzante smarrimento- cosa succede, e perché, e per quale maledizione o profezia o disegno?- è che noi cerchiamo insieme la comprensione e la padronanza sullo stesso piano, quando invece andrebbero separate. La natura non è materia da lasciarsi piegare nelle nostre mani; non siamo capaci di violarla, ma solo di accompagnarne con delicatezza il corso perché continui a concederci la vita. Se rincorressimo una causa dopo l’altra fino a risalire alla sorgente di uno tsunami e la vedessimo come una formula chiara e piena in cui leggere le conseguenze, resteremmo lì con la bocca arida e lo sguardo di vetro, perché non avremmo avuto nulla se non un assioma metallico che mai potremmo cambiare – e nessuna risposta, nessuna provvidenza, nessuna ultima grazia.
L’unico modo che ci resta per trarre dalla natura la forza ed il senso – senza doversi rifugiare in nulla di precostituito, religione o materialismo che sia – è guardare al mondo da due piani diversi, e non perderne mai uno, né quello che spiega né quello che racconta; non correre in lotta o sentirci vittime, ma con l’immaginazione ed il sogno e la perseveranza che siamo gli unici a possedere, trovare nel mondo nascite e caleidoscopi, e corrispondenze e storie ( cose che quegli stregoni bianchi del Quattrocento sapevano fare, e noi stiamo perdendo chi per fede cieca, chi per ansia di possedere), le sole che prima o poi ci salveranno, e chiunque sia libero di scegliere il “come”.
Si è inabissata Atlantide, hanno scritto sui giornali; e che sia stata un’incrinatura nella litosfera o un’onda scagliata dagli dei per punire l’orgoglio di quell’isola a forma di stella, fa poi differenza?
Sofia Adami II B

martedì 2 giugno 2009


2 GIUGNO 2008. FESTA DELLA REPUBBLICA?! NON POSSO TACERE LA MIA PREOCCUPAZIONE, IN QUESTO MOMENTO ... MESSAGGIO DEL PRESIDENTE GIORGIO NAPOLITANO ALLE ISTITUZIONI E A TUTTI GLI ITALIANI E A TUTTE LE ITALIANE - a cura di Federico La Sala

L’Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica rende noto il testo del messaggio che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della Festa Nazionale della Repubblica ha rivolto dalle sale del Quirinale in cui è ospitata la mostra "L’Eredità di Luigi Einaudi":

"Per voi che ascoltate auguro innanzitutto che la festa del 2 giugno possa rappresentare un momento di serenità. Ricordiamo in queste settimane - con la mostra che vedete - la figura di Luigi Einaudi, grande studioso, maestro di vita civile e uomo delle istituzioni, che nel 1948 fu eletto Presidente della Repubblica. Ma questa giornata è l’occasione per ricordare anche come nacque, oltre sessant’anni fa, la Repubblica: tra grandi speranze e potendo contare sulla volontà allora diffusa tra gli italiani di ricostruire e far rinascere il paese, in un clima di libertà, attraverso uno sforzo straordinario di solidarietà e unità. E’ qualcosa che vale la pena di ricordare perché l’Italia, divenuta un paese altamente sviluppato, avrebbe oggi bisogno di uno sforzo simile, per la complessità dei problemi che sono dinanzi alla società e allo Stato, in un mondo profondamente mutato. Riuscimmo in quegli anni lontani a risalire dall’abisso della guerra voluta dal fascismo, e a guadagnare il nostro posto tra le democrazie occidentali. E abbiamo poi superato tante tensioni e prove.
Non possiamo ora permetterci di fare un passo indietro ; sapremo - ne sono certo - uscire dalle difficoltà e farci valere ancora una volta, grazie a un forte impegno e slancio comune. Su quali basi un rinnovato sforzo della nostra comunità nazionale debba poggiare, lo dicono i principi e gli indirizzi della Costituzione che la Repubblica si diede sessant’anni fa, in meno di due anni dal referendum e dalle elezioni del giugno 1946.
Ma non posso tacere la mia preoccupazione, in questo momento, per il crescere di fenomeni che costituiscono invece la negazione dei principi e valori costituzionali: fenomeni di intolleranza e di violenza di qualsiasi specie, violenza contro la sicurezza dei cittadini, le loro vite e i loro beni, intolleranza e violenza contro lo straniero, intolleranza e violenza politica, insofferenza e ribellismo verso legittime decisioni dello Stato democratico.
Chiedo a quanti, cittadini e istituzioni, condividano questa preoccupazione, di fare la loro parte nell’interesse generale, per fermare ogni rischio di regressione civile in questa nostra Italia, che sente sempre vive le sue più profonde tradizioni storiche e radici umanistiche. Costruiamo insieme un costume di rispetto reciproco, nella libertà e nella legalità, mettiamo a frutto le grandi risorse di generosità e dinamismo che l’Italia mostra di possedere. Buona festa della Repubblica a tutte le italiane e gli italiani."

lunedì 1 giugno 2009



«La questione morale è anche economica»
di Osea Giuntella

Credo che in una fase di crisi come questa l’Italia abbia bisogno di un partito che proponga un ripensamento coraggioso e profondo dell’economia. Negli ultimi mesi si è parlato troppo poco della crisi e ancora meno di come affrontarla. Si deve accelerare la trasformazione del sistema produttivo verso settori a più alta intensità di capitale umano come già fatto da altri paesi europei. Tutto questo passa anche per nuove politiche sull’inserimento nel mondo del lavoro ed esige una radicale lotta agli interessi corporativi. Un paese che non investe nella formazione è un paese depresso, intrappolato nel precariato. Il Pd deve avere il coraggio di puntare su qualità, ricerca, ambiente. Siamo ancora troppo indietro per percentuale di laureati, spesa in ricerca, dotazione di infrastrutture rispetto ai paesi dell’area euro. In una recessione grave come quella attuale bisogna intervenire innanzitutto a difesa delle categorie più a rischio, ma difendere il posto di lavoro non significa per forza difendere «quel posto di lavoro» e «quel particolare modello di produzione».

Obama l’ha capito ed ha condizionato molti degli interventi di aiuto alla riduzione di emissioni e all’utilizzo di energie rinnovabili. Il Pd ha il dovere di proporre un modello di crescita sostenibile a partire dall’amminitrazione locale. A Boston tre anni fa è nata un’impresa di car-sharing privato (Zipcar) che in poco tempo si è diffusa in tutti gli Usa e ora è arrivata anche a Londra. Oggi mentre il settore auto è in crisi, Zipcar cresce creando posti di lavoro e promuovendo al contempo una nuova idea di mobilità. In Italia la prima riforma necessaria è, però, una trasformazione culturale. Al Pd spetta il compito di tenere in vita e ricostruire il tessuto civico e morale del paese. Se chi evade le tasse e raggira le leggi è premiato, se i giovani preferiscono rassegnarsi al sistema delle raccomandazioni piuttosto che investire su stessi e sul proprio paese l’Italia non ha prospettiva. A questo non ci si può arrendere. Il sistema di incentivi deve essere rivoluzionato. La cosa che mi fa più paura da lontano è la rassegnazione. Chi può va via, chi resta si adegua. Ed invece dobbiamo fare di tutto perché questo paese si liberi dalla trappola della rendita e dalla paura di cambiare. La questione morale oltre ad essere una questione politica e culturale è anche una questione economica ed un partito riformatore e progressista ne deve tenere conto.

da l'Unità 29 maggio 2009