da "IL PROFETA"
Nessuno puo' rivelarvi nulla
se non cio' che già si trova
in stato di dormiveglia
nell'albeggiare della nostra conoscenza.
L'insegnante che avanza
nell'ombra del tempio,
fra i suoi discepoli,
non trasmette la sua sapienza,
ma piuttosto la sua fede
e la sua amorevolezza.
Se è veramente saggio,
non vi introdurrà
nella casa della sua sapienza,
ma vi accompagnerà
alla soglia
della vostra mente.
Kahlil Gibran
Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita. Enrico Berlinguer
giovedì 31 luglio 2008
martedì 29 luglio 2008
LIDO D’ORO E
AFRICA – MADRE TERRA
Oramai sono vent’anni che, quasi tutte le domeniche durante il periodo estivo, frequento con amici lo stesso Bagno a Sottomarina ed ovviamente, si è di casa.
Particolarità dei Bagni Lido d’Oro, oltre ad avere un aspetto totalmente diverso dalle vaste spiagge chioggiotte, in cui tutto è allineato e prestabilito, sono due personaggi molto diversi tra loro, ma entrambi con peculiarità originali.
Giorgio, il primo, è persona mentalmente, nella sua instabilità, stabile. Giorgio ha una caratteristica ed una necessità direi fisica e irrefrenabile: toccare le gambe delle donne ed urlare poi, con quel suo accento così cantilenante, “ la carne è debole!”; mentre urla questa grande verità, di cui lui, nella sua “lucidità”, ha il coraggio di affermare, corre via, felice di aver raggiunto il suo obiettivo “te toche” , serrando una mano a pugno e portandosela alla bocca. Se la donna ignara, perchè nuova del lido, dopo il tentativo di palpeggio non andato a buon fine, lo allontana in malo modo, lui inveisce dicendo “cocodrille” e, aggiungendo qualche considerazione, quasi sempre assennata sulla sua preda, a gran passi se ne allontana. Qualcuno, negli anni scorsi, ha avuto il coraggio di denunciarlo per molestie ed infatti, per lungo tempo, Giorgio si è dovuto forzatamente astenere dalla frequentazione del litorale, mancando a tutti coloro che lo conoscevano, donne comprese!!!! Chi sia il vero pazzo tra lui e colui che lo ha denunciato, non si sa!
L’altro personaggio, che giunge alla nostro spiaggia è Kuoko, un bellissimo uomo senegalese. Porta abiti ampi, colorati come il caldo dei colori della sua terra, un cappello appuntito lavorato con giunco intrecciato. Kuoko non è il solito venditore che incontriamo quando siamo sdraiati sul nostro lettino: Kuoko, ho scoperto domenica, ha la licenza di venditore ambulante.
Arriva verso mezzogiorno, saluta con estrema cordialità, sfoggiando un sorriso bianchissimo, le sue clienti e lì, inizia il suo rituale di vendita. Si, vendere per lui è un vero e proprio rituale, sa proporsi con garbo e cortesia, sa offrire la sua merce meglio di qualunque venditore dei migliori negozi che troviamo nelle nostre città. Parla la nostra lingua in modo perfetto, utilizzando un vocabolario vastissimo ed articolato; paziente, sorridente, accattivante, propone articoli di qualità superiore rispetto a quanto si possa incontrare lungo il litorale, riuscendo a trasmetterne la differenza. Difficile barattare con lui! Domenica, come quasi tutte le domeniche, arriva nella nostra postazione lettini, si siede vicino a me e nota con piacere due libri, appena comprati da un altro ambulante di livello, di un autore africano che vive in Italia.
Si inizia così a discutere su costumi e riti vodù africani, su credenze e religioni, su differenze e similitudini tra popoli. Lui è musulmano, musulmano doc, libero nel pensiero e forte nella mente. Uomo con cui il confronto sui valori della vita, sulle responsabilità di ognuno, ti fa capire, se ce ne fosse ancora bisogno, che il mondo, fatto di uomini di tutti i colori, razze e religioni, è universalmente uguale. Basta incontrarsi.
AFRICA – MADRE TERRA
Oramai sono vent’anni che, quasi tutte le domeniche durante il periodo estivo, frequento con amici lo stesso Bagno a Sottomarina ed ovviamente, si è di casa.
Particolarità dei Bagni Lido d’Oro, oltre ad avere un aspetto totalmente diverso dalle vaste spiagge chioggiotte, in cui tutto è allineato e prestabilito, sono due personaggi molto diversi tra loro, ma entrambi con peculiarità originali.
Giorgio, il primo, è persona mentalmente, nella sua instabilità, stabile. Giorgio ha una caratteristica ed una necessità direi fisica e irrefrenabile: toccare le gambe delle donne ed urlare poi, con quel suo accento così cantilenante, “ la carne è debole!”; mentre urla questa grande verità, di cui lui, nella sua “lucidità”, ha il coraggio di affermare, corre via, felice di aver raggiunto il suo obiettivo “te toche” , serrando una mano a pugno e portandosela alla bocca. Se la donna ignara, perchè nuova del lido, dopo il tentativo di palpeggio non andato a buon fine, lo allontana in malo modo, lui inveisce dicendo “cocodrille” e, aggiungendo qualche considerazione, quasi sempre assennata sulla sua preda, a gran passi se ne allontana. Qualcuno, negli anni scorsi, ha avuto il coraggio di denunciarlo per molestie ed infatti, per lungo tempo, Giorgio si è dovuto forzatamente astenere dalla frequentazione del litorale, mancando a tutti coloro che lo conoscevano, donne comprese!!!! Chi sia il vero pazzo tra lui e colui che lo ha denunciato, non si sa!
L’altro personaggio, che giunge alla nostro spiaggia è Kuoko, un bellissimo uomo senegalese. Porta abiti ampi, colorati come il caldo dei colori della sua terra, un cappello appuntito lavorato con giunco intrecciato. Kuoko non è il solito venditore che incontriamo quando siamo sdraiati sul nostro lettino: Kuoko, ho scoperto domenica, ha la licenza di venditore ambulante.
Arriva verso mezzogiorno, saluta con estrema cordialità, sfoggiando un sorriso bianchissimo, le sue clienti e lì, inizia il suo rituale di vendita. Si, vendere per lui è un vero e proprio rituale, sa proporsi con garbo e cortesia, sa offrire la sua merce meglio di qualunque venditore dei migliori negozi che troviamo nelle nostre città. Parla la nostra lingua in modo perfetto, utilizzando un vocabolario vastissimo ed articolato; paziente, sorridente, accattivante, propone articoli di qualità superiore rispetto a quanto si possa incontrare lungo il litorale, riuscendo a trasmetterne la differenza. Difficile barattare con lui! Domenica, come quasi tutte le domeniche, arriva nella nostra postazione lettini, si siede vicino a me e nota con piacere due libri, appena comprati da un altro ambulante di livello, di un autore africano che vive in Italia.
Si inizia così a discutere su costumi e riti vodù africani, su credenze e religioni, su differenze e similitudini tra popoli. Lui è musulmano, musulmano doc, libero nel pensiero e forte nella mente. Uomo con cui il confronto sui valori della vita, sulle responsabilità di ognuno, ti fa capire, se ce ne fosse ancora bisogno, che il mondo, fatto di uomini di tutti i colori, razze e religioni, è universalmente uguale. Basta incontrarsi.
venerdì 18 luglio 2008
COS'E' IL TEMPO?
Su di un rivista specialistica, nel settore del serramento, ho trovato questo interessante paragrafo, che dà una visione complessiva del concetto tempo, analizzandolo sia in senso astratto, sia come risorsa imprenscindibile dalla vita. Purtroppo, nella corsa della quotidianità, spesso dimentichiamo che il tempo si consuma, anche se lo usiamo.
Che cos'è il tempo? Una realtà oggettiva o una convenzione sociale? Rispondere è difficile, perchè nella concezione del tempo confluiscono la misurazione oggettiva, un livello sociale ed una dimensione soggettiva. La complessità della questione si trova anche in due diverse visioni del tempo:
- la concezione lineare tipicamente occidentale, che rappresenta il tempo come una linea, che progredisce, con un inizio e una fine, per cui il passato non ritorna.
- la concezione ciclica diffusa piuttosto nei paesi orientali, per cui tutto si ripete ciclicamente, come il susseguirsi delle stagioni.
Se risaliamo alle origini occidentali del concetto, troviamo che i Greci definirono il tempo in almento tre modi:
- Chrònos, inteso come tempo oggettivo che inesorabilmente scorre, uguale a se stesso fino alla fine:
- Kairòs è il tempo opportuno, conveniente, la buona occasione, in cui la dimensione soggettiva si può esprimere, con la libertà e responsabilità, attraverso degli obiettivi da raggiungere;
- Udòr indica il tempo concesso dalla vita all'individuo per esprimere se stesso. Udòr era il tempo concesso agli oratori per parlare, la clessidra che fissa l'inizio e la fine dell'intervento, ma lascia totale libertà di espressione tra i due estremi.
Il tempo è una risorsa diversa dalle altre:
- è immateriale;
- è democratica: tutti, ricchi e poveri, dispongono di 24 ore al giorno;
- non è cumulabile, né immagazzinabile;
- non può essere acquistato, né venduto;
- non si può risparmiare, rallentando il suo trascorrere;
- mai si può sprecare!
Su di un rivista specialistica, nel settore del serramento, ho trovato questo interessante paragrafo, che dà una visione complessiva del concetto tempo, analizzandolo sia in senso astratto, sia come risorsa imprenscindibile dalla vita. Purtroppo, nella corsa della quotidianità, spesso dimentichiamo che il tempo si consuma, anche se lo usiamo.
Che cos'è il tempo? Una realtà oggettiva o una convenzione sociale? Rispondere è difficile, perchè nella concezione del tempo confluiscono la misurazione oggettiva, un livello sociale ed una dimensione soggettiva. La complessità della questione si trova anche in due diverse visioni del tempo:
- la concezione lineare tipicamente occidentale, che rappresenta il tempo come una linea, che progredisce, con un inizio e una fine, per cui il passato non ritorna.
- la concezione ciclica diffusa piuttosto nei paesi orientali, per cui tutto si ripete ciclicamente, come il susseguirsi delle stagioni.
Se risaliamo alle origini occidentali del concetto, troviamo che i Greci definirono il tempo in almento tre modi:
- Chrònos, inteso come tempo oggettivo che inesorabilmente scorre, uguale a se stesso fino alla fine:
- Kairòs è il tempo opportuno, conveniente, la buona occasione, in cui la dimensione soggettiva si può esprimere, con la libertà e responsabilità, attraverso degli obiettivi da raggiungere;
- Udòr indica il tempo concesso dalla vita all'individuo per esprimere se stesso. Udòr era il tempo concesso agli oratori per parlare, la clessidra che fissa l'inizio e la fine dell'intervento, ma lascia totale libertà di espressione tra i due estremi.
Il tempo è una risorsa diversa dalle altre:
- è immateriale;
- è democratica: tutti, ricchi e poveri, dispongono di 24 ore al giorno;
- non è cumulabile, né immagazzinabile;
- non può essere acquistato, né venduto;
- non si può risparmiare, rallentando il suo trascorrere;
- mai si può sprecare!
giovedì 17 luglio 2008
L'ultimo brano da "IL LIBRO DELL'INQUIETUDINE" di F.PESSOA
Oggigiorno ogni uomo, la cui statura morale e il cui valore intellettuale non siano di un pigmeo o di una persona rozza, ama, quando ama di un amore romantico. L'amore romantico è l'ultimo prodotto di secoli e secoli di influenza cristiana; e, sia in relazione alla sostanza, che alla sequenza del suo sviluppo, lo si può far conoscere a chi non lo comprenda, paragonandolo ad una veste, o vestito, che l'anima o l'immaginazione confezionano per vestire le creature, che casualmente appaiono, e che lo spirito trovi adatto a loro.
Ma ogni vestito, poichè non è eterno, dura quel che dura: e in poco tempo, sotto la veste dell'ideale che ci siamo creati e che si lacera, emerge il corpo reale della persona umana a cui l'abbiamo fatto indossare.
L'amore romantico, quindi, è un percorso verso la disillusione. Non lo è, solo quando la disilllusione, accettandolo sin dall'inizio, decide di cambiare ideale costantemente, di tessere costantemente, nei laboratori dell'anima, nuovi vestiti con cui costantemente rinnovare l'aspetto della creatura vestita da essi.
Oggigiorno ogni uomo, la cui statura morale e il cui valore intellettuale non siano di un pigmeo o di una persona rozza, ama, quando ama di un amore romantico. L'amore romantico è l'ultimo prodotto di secoli e secoli di influenza cristiana; e, sia in relazione alla sostanza, che alla sequenza del suo sviluppo, lo si può far conoscere a chi non lo comprenda, paragonandolo ad una veste, o vestito, che l'anima o l'immaginazione confezionano per vestire le creature, che casualmente appaiono, e che lo spirito trovi adatto a loro.
Ma ogni vestito, poichè non è eterno, dura quel che dura: e in poco tempo, sotto la veste dell'ideale che ci siamo creati e che si lacera, emerge il corpo reale della persona umana a cui l'abbiamo fatto indossare.
L'amore romantico, quindi, è un percorso verso la disillusione. Non lo è, solo quando la disilllusione, accettandolo sin dall'inizio, decide di cambiare ideale costantemente, di tessere costantemente, nei laboratori dell'anima, nuovi vestiti con cui costantemente rinnovare l'aspetto della creatura vestita da essi.
lunedì 14 luglio 2008
Continua la lettura, se gradite,"IL LIBRO DELL'INQUIETUDINE" F. PESSOA
La maggior parte delle persone si ammala per non saper dire cosa vede e cosa pensa. Dicono che non vi sia niente di più difficile che definire con le parole una spirale: è necessario, affermano, fare in aria, con la mano senza letteratura, il gesto, ascendentemente e regolarmente attorcigliato, con cui quella figura astratta delle molle o di certe scale si manifesta agli occhi. Ma, se teniamo presente che dire è rinnovare, definiremo senza difficoltà una spirale: essa è un cerchio che sale senza riuscire mai a finire. So bene che la maggior parte delle persone, non oserebbe definirla così, perché pensa che definire sia quello che gli altri vogliono si dica, che non è quello che è necessario dire per definire. Mi spiego meglio: una spirale è un cerchio virtuale che si snoda, salendo in alto senza realizzarsi mai. Ma no, la definizione è ancora astratta. Ne cercherò una concreta e il tutto verrà visto: una spirale è un serpente senza serpente attorcigliato verticalmente su nessuna cosa.
Tutta la letteratura consiste nello sforzo di rendere reale la vita. Come tutti sanno, anche quando agiscono senza saperlo, la vita è assolutamente irreale, nella sua realtà diretta; i campi, le città, le idee, sono cose assolutamente fittizie, figlie della nostra complessa sensazione di noi stessi. Le impressioni sono tutte intrasmissibili se non le rendiamo letterarie. I bambini sono molto letterari perché si esprimono come sentono e non come deve sentire che sente come fosse un’altra persona.
Un bambino che ho sentito una volta, volendo dire che stava per piangere, non ha detto “ ho voglia di piangere”, che è come si esprimerebbe un adulto, cioè uno stupido, ma “ho voglia di lacrime”. E questa frase, assolutamente letteraria, al punto da sembrare affettata in un poeta celebre, se la potesse dire, riferisce definitivamente la calda presenza delle lacrime che sgorgano dalle palpebre coscienti dell’amarezza liquida. “Ho voglia di lacrime”! quel piccolo bambino ha definito bene la sua spirale.
Dire! Saper dire! Saper esistere attraverso la voce scritta e l’immagine intellettuale! Tutto questo vale la vita: il resto sono gli uomini e le donne, amori immaginati e vanità fittizie, sotterfugi della digestione e dell’oblio, persone che si dimenano, come animaletti, quando si solleva la pietra, sotto il grande macigno astratto del cielo azzurro senza senso.
La maggior parte delle persone si ammala per non saper dire cosa vede e cosa pensa. Dicono che non vi sia niente di più difficile che definire con le parole una spirale: è necessario, affermano, fare in aria, con la mano senza letteratura, il gesto, ascendentemente e regolarmente attorcigliato, con cui quella figura astratta delle molle o di certe scale si manifesta agli occhi. Ma, se teniamo presente che dire è rinnovare, definiremo senza difficoltà una spirale: essa è un cerchio che sale senza riuscire mai a finire. So bene che la maggior parte delle persone, non oserebbe definirla così, perché pensa che definire sia quello che gli altri vogliono si dica, che non è quello che è necessario dire per definire. Mi spiego meglio: una spirale è un cerchio virtuale che si snoda, salendo in alto senza realizzarsi mai. Ma no, la definizione è ancora astratta. Ne cercherò una concreta e il tutto verrà visto: una spirale è un serpente senza serpente attorcigliato verticalmente su nessuna cosa.
Tutta la letteratura consiste nello sforzo di rendere reale la vita. Come tutti sanno, anche quando agiscono senza saperlo, la vita è assolutamente irreale, nella sua realtà diretta; i campi, le città, le idee, sono cose assolutamente fittizie, figlie della nostra complessa sensazione di noi stessi. Le impressioni sono tutte intrasmissibili se non le rendiamo letterarie. I bambini sono molto letterari perché si esprimono come sentono e non come deve sentire che sente come fosse un’altra persona.
Un bambino che ho sentito una volta, volendo dire che stava per piangere, non ha detto “ ho voglia di piangere”, che è come si esprimerebbe un adulto, cioè uno stupido, ma “ho voglia di lacrime”. E questa frase, assolutamente letteraria, al punto da sembrare affettata in un poeta celebre, se la potesse dire, riferisce definitivamente la calda presenza delle lacrime che sgorgano dalle palpebre coscienti dell’amarezza liquida. “Ho voglia di lacrime”! quel piccolo bambino ha definito bene la sua spirale.
Dire! Saper dire! Saper esistere attraverso la voce scritta e l’immagine intellettuale! Tutto questo vale la vita: il resto sono gli uomini e le donne, amori immaginati e vanità fittizie, sotterfugi della digestione e dell’oblio, persone che si dimenano, come animaletti, quando si solleva la pietra, sotto il grande macigno astratto del cielo azzurro senza senso.
venerdì 11 luglio 2008
Il Libro dell'inquietudine - F- Pessoa
Vivere è essere un altro. Non è possibile neppure sentire se oggi si sente come si è sentito ieri: sentire oggi la stessa cosa di ieri non è sentire: è ricordare oggi quello che si è sentito ieri, essere oggi il cadavere vivo di quello che ieri è stata la vita perduta.
Cancellare tutto del quadro da un giorno all’altro, essere nuovi ad ogni alba, in una perpetua rinnovata verginità dell’emozione: questo e solo questo, vale la pena di essere o di avere, per essere o avere quello che imperfettamente siamo.
Questa alba è la prima del mondo. Mai che questo colore rosa che ingiallisce in un bianco caldo si è posato così sulla facciata con cui il caseggiato a ponente fissa pieno di occhi di vetro il silenzio che arriva nella luce crescente. Mai c’è stata questa ora, né questa luce, né questo mio essere. Domani quello che sarà è un’altra cosa e quello che io vedo sarà visto da occhi ricomposti, colmi di una nuova visione.
Alti monti della città! Grandi architetture che trattenete ed elevate i ripidi pendii, avvallamenti di edifici ammassati in vari modi, che la luce tesse di ombre e incendi, siete oggi, siete io, perché vi vedo, siete quello che sarò domani, e vi amo dalla murata della nave che passa vicino ad un’altra nave e vi sono sconosciute nostalgie del passato.
Vivere è essere un altro. Non è possibile neppure sentire se oggi si sente come si è sentito ieri: sentire oggi la stessa cosa di ieri non è sentire: è ricordare oggi quello che si è sentito ieri, essere oggi il cadavere vivo di quello che ieri è stata la vita perduta.
Cancellare tutto del quadro da un giorno all’altro, essere nuovi ad ogni alba, in una perpetua rinnovata verginità dell’emozione: questo e solo questo, vale la pena di essere o di avere, per essere o avere quello che imperfettamente siamo.
Questa alba è la prima del mondo. Mai che questo colore rosa che ingiallisce in un bianco caldo si è posato così sulla facciata con cui il caseggiato a ponente fissa pieno di occhi di vetro il silenzio che arriva nella luce crescente. Mai c’è stata questa ora, né questa luce, né questo mio essere. Domani quello che sarà è un’altra cosa e quello che io vedo sarà visto da occhi ricomposti, colmi di una nuova visione.
Alti monti della città! Grandi architetture che trattenete ed elevate i ripidi pendii, avvallamenti di edifici ammassati in vari modi, che la luce tesse di ombre e incendi, siete oggi, siete io, perché vi vedo, siete quello che sarò domani, e vi amo dalla murata della nave che passa vicino ad un’altra nave e vi sono sconosciute nostalgie del passato.
giovedì 10 luglio 2008
Continua da "IL LIBRO DELL'INQUIETUDINE"- F. PESSOA
Ho trascorso ore incognite, momenti successivi senza nesso, nella passeggiata notturna sulle rive solitarie del mare. Tutti i pensieri che fanno vivere gli uomini, tutte le emozioni che gli uomini hanno rinunciato a vivere, hanno attraversato la mia mente, come un oscuro riassunto della storia, durante la meditazione in riva al mare.
Ho sperimentato in me, con me, le aspirazioni di tutte le epoche, e con me hanno passeggiato, sulle rive ascoltate del mare, le inquietudini di tutti i tempi. Quello che gli uomini hanno voluto e non hanno realizzato, ciò che facendo hanno ucciso, quello che le anime sono state e nessuno ha detto: di tutto questo si è formata l’anima sensibile con cui di notte ho passeggiato in riva al mare. E ciò che gli amanti hanno trovato strano nell’altro amante, ciò che la moglie ha sempre nascosto al marito, ciò che la madre pensa del figlio che non ha avuto, ciò che ha avuto forma solo in un sorriso o in una emozione assente: nella mia passeggiata in riva al mare, tutto questo è venuto con me ed è tornato con me, e le onde agitavano tumultuosamente l’accompagnamento con il quale lo facevo addormentare.
Siamo chi non siamo e la vita è breve e triste. Il rumore delle onde di notte è un rumore della notte; e quanti lo hanno udito nella loro anima, come la speranza costante che si disfa nell’oscurità con un rumore sordo di spuma profonda! Quante lacrime hanno pianto quelli che hanno ottenuto, quante lacrime hanno perduto quelli che hanno vinto! E tutto questo, nella passeggiata in riva al mare, è divenuto per me il segreto della notte e della confidenza dell’abisso. Quanti siamo! In quanti ci illudiamo! Quali mari echeggiano in noi, nella notte del nostro essere, nelle spiagge che sentiamo nelle alluvioni dell’emozione! Quello che si è perduto, quello che si sarebbe dovuto desiderare, quello che si è ottenuto soddisfatto per errore; ciò che abbiamo amato e abbiamo perduto e che, dopo averlo perduto, amandolo per averlo perduto, abbiamo capito che non lo avevamo amato; quello che credevamo di pensare quando sentivamo; ciò che era un ricordo e che credevamo fosse un’emozione; e il mare tutto, che arrivava, rumoroso e fresco, dalla grande profondità della notte, ad agitarsi vivace sulla spiaggia, durante la mia passeggiata notturna in riva al mare…..
Chi sa almeno cosa pensa o cosa desidera? Chi sa cosa siamo per noi stessi? Quante cose la musica suggerisce, e per noi ha un sapore buono il fatto che non possano esistere!
Quante ne evoca la notte e quante ne rimpiangiamo e che non sono mai esistite! Come la voce liberata dalla estensione della pace, il rotolare dell’onda si infrange si spegne e c’è una salivazione udibile su tutta la spiaggia invisibile.
Quanto muoio se sento per tutto! Quanto sento se vago così, incorporeo e umano, con il cuore fermo come la spiaggia, e tutto il mare di tutto, nella notte in cui viviamo, che batte forte, satirico, e si calma, nella mia eterna passeggiata notturna in riva al mare.
Ho trascorso ore incognite, momenti successivi senza nesso, nella passeggiata notturna sulle rive solitarie del mare. Tutti i pensieri che fanno vivere gli uomini, tutte le emozioni che gli uomini hanno rinunciato a vivere, hanno attraversato la mia mente, come un oscuro riassunto della storia, durante la meditazione in riva al mare.
Ho sperimentato in me, con me, le aspirazioni di tutte le epoche, e con me hanno passeggiato, sulle rive ascoltate del mare, le inquietudini di tutti i tempi. Quello che gli uomini hanno voluto e non hanno realizzato, ciò che facendo hanno ucciso, quello che le anime sono state e nessuno ha detto: di tutto questo si è formata l’anima sensibile con cui di notte ho passeggiato in riva al mare. E ciò che gli amanti hanno trovato strano nell’altro amante, ciò che la moglie ha sempre nascosto al marito, ciò che la madre pensa del figlio che non ha avuto, ciò che ha avuto forma solo in un sorriso o in una emozione assente: nella mia passeggiata in riva al mare, tutto questo è venuto con me ed è tornato con me, e le onde agitavano tumultuosamente l’accompagnamento con il quale lo facevo addormentare.
Siamo chi non siamo e la vita è breve e triste. Il rumore delle onde di notte è un rumore della notte; e quanti lo hanno udito nella loro anima, come la speranza costante che si disfa nell’oscurità con un rumore sordo di spuma profonda! Quante lacrime hanno pianto quelli che hanno ottenuto, quante lacrime hanno perduto quelli che hanno vinto! E tutto questo, nella passeggiata in riva al mare, è divenuto per me il segreto della notte e della confidenza dell’abisso. Quanti siamo! In quanti ci illudiamo! Quali mari echeggiano in noi, nella notte del nostro essere, nelle spiagge che sentiamo nelle alluvioni dell’emozione! Quello che si è perduto, quello che si sarebbe dovuto desiderare, quello che si è ottenuto soddisfatto per errore; ciò che abbiamo amato e abbiamo perduto e che, dopo averlo perduto, amandolo per averlo perduto, abbiamo capito che non lo avevamo amato; quello che credevamo di pensare quando sentivamo; ciò che era un ricordo e che credevamo fosse un’emozione; e il mare tutto, che arrivava, rumoroso e fresco, dalla grande profondità della notte, ad agitarsi vivace sulla spiaggia, durante la mia passeggiata notturna in riva al mare…..
Chi sa almeno cosa pensa o cosa desidera? Chi sa cosa siamo per noi stessi? Quante cose la musica suggerisce, e per noi ha un sapore buono il fatto che non possano esistere!
Quante ne evoca la notte e quante ne rimpiangiamo e che non sono mai esistite! Come la voce liberata dalla estensione della pace, il rotolare dell’onda si infrange si spegne e c’è una salivazione udibile su tutta la spiaggia invisibile.
Quanto muoio se sento per tutto! Quanto sento se vago così, incorporeo e umano, con il cuore fermo come la spiaggia, e tutto il mare di tutto, nella notte in cui viviamo, che batte forte, satirico, e si calma, nella mia eterna passeggiata notturna in riva al mare.
mercoledì 9 luglio 2008
Sempre da Il libro dell'inquietudine - Pessoa
Sono uno di quei giorni in cui, come l’entrata in carcere, mi pesa la monotonia di tutto. La monotonia di tutto, però, non è che la monotonia di me stesso. Ogni volto, anche quello di chi abbiamo visto ieri, oggi è un altro, poiché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e nel mondo non ve ne è stato mai un altro uguale. L’identità sta solo nella nostra anima- l’identità sentita, seppure falsa con se stessa- per la qual cosa tutto si somiglia e si semplifica. Il mondo è fatto di cose distinte e angolature diverse; ma se siamo miopi, è una nebbia insufficiente e uniforme.
Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire- non per le Indie impossibili, o per le grandi isole a Sud di tutto, ma per qualsiasi luogo, villaggio o eremo, - che abbia in sé il non essere questo luogo. Voglio non vedere più questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposare, estraneo, dalla mia finzione organica. Voglio sentire arrivare il sonno come vita e non come riposo. Una capanna in riva al mare, persino una caverna su ruvido terrazzo di una montagna, possono darmi questo. Purtroppo solo la mia volontà non me lo può dare.
La schiavitù è la legge della vita e non esiste altra legge, perché questa si deve compiere, senza possibilità di rivolta e senza trovare una via di scampo. Alcuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ed ad altri ancora la schiavitù viene imposta. L’amore vigliacco per la libertà che tutti proviamo- perché se ce l’avessimo, ne rimarremmo sorpresi, come per una cosa nuova, rifiutandola- è il segno del reale peso della nostra schiavitù. Io stesso che ho appena detto che vorrei la capanna o la caverna dove potermi liberare dalla monotonia di tutto, che è la monotonia di me stesso, oserei io partire per questa capanna o caverna, sapendo, perché lo so, che, poiché la monotonia è mia, ce l’avrei sempre con me? Io stesso, che soffoco dove sto e perché vi sto, dove potrei respirare meglio, se la malattia è dei miei polmoni e non delle cose che mi circondano? Io stesso che anelo intensamente al sole puro e ai campi liberi, al mare visibile e all’orizzonte intero, chi mi dice che non troverei strano il letto, o il cibo, o il non dover scendere otto rampe di scale per uscire in strada, o non entrare nella tabaccheria all’angolo, o non scambiare il buon giorno con il barbiere ozioso?
Tutto quello che ci circonda diventa parte di noi, si infiltra nella nostra sensazione della carne e della vita e, come il muco del grande Ragno, ci unisce sottilmente a quello che ci sta vicino, legandoci a un leggero letto di morte lenta, dove ci dondoliamo al vento. Tutto è noi, e noi siamo tutto; ma questo a cosa serve se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola che l’ombra improvvisa ci dice che passa, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando questa cessa, un volto o un altro, delle voci, il riso occasionale tra quelle che parlano, e poi la notte dove emergono senza senso geroglifici spezzati dalle stelle.
Sono uno di quei giorni in cui, come l’entrata in carcere, mi pesa la monotonia di tutto. La monotonia di tutto, però, non è che la monotonia di me stesso. Ogni volto, anche quello di chi abbiamo visto ieri, oggi è un altro, poiché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e nel mondo non ve ne è stato mai un altro uguale. L’identità sta solo nella nostra anima- l’identità sentita, seppure falsa con se stessa- per la qual cosa tutto si somiglia e si semplifica. Il mondo è fatto di cose distinte e angolature diverse; ma se siamo miopi, è una nebbia insufficiente e uniforme.
Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire- non per le Indie impossibili, o per le grandi isole a Sud di tutto, ma per qualsiasi luogo, villaggio o eremo, - che abbia in sé il non essere questo luogo. Voglio non vedere più questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposare, estraneo, dalla mia finzione organica. Voglio sentire arrivare il sonno come vita e non come riposo. Una capanna in riva al mare, persino una caverna su ruvido terrazzo di una montagna, possono darmi questo. Purtroppo solo la mia volontà non me lo può dare.
La schiavitù è la legge della vita e non esiste altra legge, perché questa si deve compiere, senza possibilità di rivolta e senza trovare una via di scampo. Alcuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ed ad altri ancora la schiavitù viene imposta. L’amore vigliacco per la libertà che tutti proviamo- perché se ce l’avessimo, ne rimarremmo sorpresi, come per una cosa nuova, rifiutandola- è il segno del reale peso della nostra schiavitù. Io stesso che ho appena detto che vorrei la capanna o la caverna dove potermi liberare dalla monotonia di tutto, che è la monotonia di me stesso, oserei io partire per questa capanna o caverna, sapendo, perché lo so, che, poiché la monotonia è mia, ce l’avrei sempre con me? Io stesso, che soffoco dove sto e perché vi sto, dove potrei respirare meglio, se la malattia è dei miei polmoni e non delle cose che mi circondano? Io stesso che anelo intensamente al sole puro e ai campi liberi, al mare visibile e all’orizzonte intero, chi mi dice che non troverei strano il letto, o il cibo, o il non dover scendere otto rampe di scale per uscire in strada, o non entrare nella tabaccheria all’angolo, o non scambiare il buon giorno con il barbiere ozioso?
Tutto quello che ci circonda diventa parte di noi, si infiltra nella nostra sensazione della carne e della vita e, come il muco del grande Ragno, ci unisce sottilmente a quello che ci sta vicino, legandoci a un leggero letto di morte lenta, dove ci dondoliamo al vento. Tutto è noi, e noi siamo tutto; ma questo a cosa serve se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola che l’ombra improvvisa ci dice che passa, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando questa cessa, un volto o un altro, delle voci, il riso occasionale tra quelle che parlano, e poi la notte dove emergono senza senso geroglifici spezzati dalle stelle.
venerdì 4 luglio 2008
Da "IL LIBRO DELL'INQUIETUDINE"- Fernando Pessoa
Ho sempre rifiutato di essere compreso. Essere compreso significa prostituirsi. Preferisco essere preso sul serio per quello che non sono, umanamente ignorato, con decenza e naturalezza.
Niente mi farebbe indignare di più che essere considerato diverso in ufficio.Voglio godere con me stesso l'ironia di non trovarmi diverso. Voglio il cilicio di essere giudicato uguale a loro. Voglio la crocifissione di non essere distinto dagli altri. Ci sono supplizi dell'intelligenza come ve ne sono del corpo e del desiderio. E questi supplizi, come altri, procurano una certa voluttà.
Ho sempre rifiutato di essere compreso. Essere compreso significa prostituirsi. Preferisco essere preso sul serio per quello che non sono, umanamente ignorato, con decenza e naturalezza.
Niente mi farebbe indignare di più che essere considerato diverso in ufficio.Voglio godere con me stesso l'ironia di non trovarmi diverso. Voglio il cilicio di essere giudicato uguale a loro. Voglio la crocifissione di non essere distinto dagli altri. Ci sono supplizi dell'intelligenza come ve ne sono del corpo e del desiderio. E questi supplizi, come altri, procurano una certa voluttà.
martedì 1 luglio 2008
PAROLE E PARLARE
C'è veramente bisogno di tante parole e di tanto parlare? e le tante parole possono essere pretesto e metodo per non ascoltare fino in fondo noi stessi e gli altri?
Soffermiamoci, di tanto in tanto, e tiriamo fuori quanto la razionalità ci ha tolto, ascoltiamoci e guardiamoci dentro, riusciremo a capire chi ci sta accanto.
C'è veramente bisogno di tante parole e di tanto parlare? e le tante parole possono essere pretesto e metodo per non ascoltare fino in fondo noi stessi e gli altri?
Soffermiamoci, di tanto in tanto, e tiriamo fuori quanto la razionalità ci ha tolto, ascoltiamoci e guardiamoci dentro, riusciremo a capire chi ci sta accanto.
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