domenica 31 maggio 2009



IL SOCIAL NETWORK


Oramai la piazza della globalizzazione è diventata Facebook -la nuova agorà??- il Social Network che ci fa incontrare tutti, o quasi. Le distanze geografiche sono virtualmente svanite, le diversità, anche quelle positive che distinguono gli individui, sono abbattute: tutti seduti davanti a video e tastiera ad interloquire,e non interagire, con persone di cui non abbiamo mai sentito la voce, con chi mostra una parte di sé troppo spesso patinata, illusoria e fugace. È il mondo del virtuale, dal quale facciamo fatica ad allontanarci, è la nostra vetrina sul mondo..è Narciso che si rispecchia sul lago, siamo noi, esseri umani, talvolta poco esseri e così malamente umani.

Da- La Repubblica delle Donne
COS’E’ LA SINDROME DA FACEBOOK?
di Alessandro Ferrari

Lamentava insonnia e depressione. I suoi problemi sparivano solo quando dormiva. Perché allora riusciva a connettersi, ma solo nei sogni. Poi un giorno la fidanzata ci ha chiamato alle tre e cinquanta del mattino. Si è svegliata e lui non c’era, sul cuscino un biglietto: Mario Brambilla è andato a comprare le sigarette. Sotto, in blu, aveva aggiunto: commenta – mi piace. Gli era tornata la febbre da face book. Lo abbiamo trovato dopo tre giorni in un grande magazzino di Milano Due. Era in uno stato pietoso. Canotta azzurra ingiallita, calzini beige con ciabatta da turista teutonico in vacanza a Bellaria e boxer extralarge macchiati di salsa cocktail e Dixel al formaggio.
Aveva riaperto clandestinamente il suo profilo. Cambiava status ogni cinquanta secondi esatti, pause fisiologiche comprese. L’ultimo diceva: Mario Brambilla viene arrestato da un amico. Credeva che fossi uno dei suoi contatti. Gli ho detto che non ero su facebook. “Non dire cavolate. Se non ci sei allora non esisti”, ha risposto. “Qui ci sono tutti, anche la mia ex delle elementari, anzi ora le mando un pesciolino canterino e ti consiglio l’amicizia!”. Sulla sua bacheca sessanta album di foto a Cefalù, Londra, Egitto e Maldive. Filmati scaricati su YouTube. E centinaia di auscatti. Mai visto tante pose in mutande da quando rubavo il catalogo Postalmarket a mia nonna. Abbiamo cercato di prenderlo con le buone. Urlava che doveva comprare il nuovo item limitato su Pet Society, il gioco più gettonato, altrimenti la gnocca del marketing, quarta abbondante bionda con meches rosa, a cui chiedeva l’amicizia, non gliel’avrebbe mai data. Poi ha avuto una crisi d’identità, perché nessuno commentava, nessuno lo taggava né pokava.
Lo ignoravano tutti, anche gli ex compagni di asilo.
Ho provato a spiegargli che facebook ha distrutto la vita ad un sacco di gente che come lui ha perso il lavoro, la fidanzata e ogni briciolo di dignità. Gli ho raccontato che un gruppo di resistenza armata per la salvaguardia dei rapporti umani chiamato psychbook ha iniziato una sanguinosa guerra contro tutti i social network al grido di “Evviva il realismo! Morte a face book!”. E’ stato inutile: mi ha chiesto se poteva diventare fan del gruppo. Mentre lo trascinavamo via si è aggrappato alla sedia. Ci ha supplicato se poteva creare un evento sul suo arresto. E magari se potevamo confermare la nostra presenza. È stato allora che abbiamo preso a manganellate il computer.

sabato 30 maggio 2009

LIBRI






Ieri sera, su L'ERAGLACIALE, la trasmissione che la brava Daria Bignardi conduce su Raidue, ho seguito l'intervista che la nostra ha fatto ad Antonio Moresco, colui che viene definito il più grande scrittore vivente italiano. Moresco ha un aspetto mite, capelli e barba bianchi che, per come afferma, non rade per non avere il viso come il culo. Moresco, dopo anni di scritture e di negate pubblicazioni da parte delle case editrici, forse anche per il suo passato politico di rivoluzionario di estrema sinistra, è giunto finalmente ad avere il giusto riconoscimento nel campo letterario. Da poco è uscito il suo ultimo lavoro "Canti nel Caos", un tomo di oltre mille pagine, stesura di quindici anni di lavoro, tutta scritta a mano. Vi porgo a lettura un brano tratto dal libro,in cui poter assaporare la leggerezza e la soavità di una poesia, in un racconto che invece sa essere ricchissimo di momenti duri.


Canti del caos
Antonio Moresco


"… Ci pensavo oggi, mentre mi spostavo lungo le ferite di queste strade che sono state aperte nella crosta terrestre, e che hanno gettato in alto tutte queste barriere infettive di grattacieli sorti in una notte dal nulla e di colonne e di torri, e guardavo quei microbi a ruote che correvano sugli enormi nastri delle strade a quattordici corsie. 'Ce la farò?' mi dicevo. 'Ce la faremo?' E intanto tastavo con le mani, col mio progetto, col mio sogno di mani la pistola che porto sempre con me. Perché Chongquing 3 è armato, è bene che lo sappiate fin dall'inizio, qui dentro!
(…)
E intanto andavo verso la casa dove vive la mia gazzella. E vedevo dalle parti le persone sedute immobili dietro le vetrine delle lavanderie, a guardare gli oblò delle lavatrici, in attesa di aprirle e di ficcarci dentro le mani, le teste, dentro quell'occhio immobile e molle del ciclone, conficcarle proprio là in fondo, là dentro, nel citoplasma. 'Dove sei? Dove sei?' mi dicevo pensando a lei, mentre mi dirigevo verso la sua torre. (…) 'Mi sto già conficcando o mi conficcherò dentro di te, nel tuo citoplasma? E, se non posso parlare, non parlerò. Ma entrerò a capofitto dentro di te, e allora comincerò, ricomincerò.' Come quando ti ho vista per la prima volta di fronte a me, sullo stesso filo dell'orizzonte con me. Camminavi verso di me, anche se non sapevi cos'era me, e la tua testa era così bella e così trasparente che sembravi acefala. Vedevo attraverso la tua testa tutti quei corpicini di cristallo e di ossa che si spostavano attraverso le viscere delle strade del quartiere di Longhiu, con le sue vetrine cerebrali che si accendono nella sera e il pulviscolo di speranze di corpi che muovono nel silenzio palpitante le bocche dentro la luce. Avevi i capelli tenuti da un fermaglio così colorato che non saprei dire di che colore era. Si vedeva, al termine della scriminatura, una peluria di capelli ancora bambini all'inizio della fronte accesa dal di dentro come una lanterna di carta.
(…)
E intanto mi spostavo così. Duemila chilometri di strade. Duecento chilometri di binari sopraelevati. Tutti questi nastri sospesi che corrono come infezioni e come sogni. 'Dove sei? Dove sei?' mi dicevo. Mentre mi spostavo in quella poltiglia verticale, lungo le rive dello Yangtze, in questa città irreale, a non molti chilometri di distanza dalle Tre Gole, con le sue immense masse liquide immobili, immobilizzate. Una donna sbadiglia. Avete mai visto sbadigliare una donna in una città inventata, mentre scende il buio, in mezzo alla folla? Grattacieli, vetrine, gigantesche pubblicità in caratteri cinesi e inglesi, già accese. Bambini, se poi sono bambini, se sono già bambini. E intanto quella donna sbadiglia. Non è più giovane, ma non è questo il punto. Sbadiglia, nella sera, in questa città emersa per squarciamento dalle viscere della terra. Mi fermo di fronte a lei. Le ficco improvvisamente una mano in gola, le afferro la lingua dalla radice, dal fondo. Gliela tiro, cerco di strappargliela. Ma è dura, viscida, attaccata al resto del corpo, ancorata. Non avete idea di come sia ancorata una lingua! La donna è immobile, immobilizzata, impietrita, di fronte a me che le stringo quella bistecca nel pugno. Ha gli occhi sbarrati, non prova neanche a gridare, perché la sua lingua ce l'ho in mano io. La gente passa dalle parti, abbagliata, non capisce cosa sta succedendo a quel gruppo formato da due corpi che stanno immobili, in silenzio, l'uno con la mano nella bocca dell'altro, compenetrati. La donna mi continua a guardare, con la bocca spalancata, gli occhi fuori dalla testa, le lacrime che le colano lungo le guance. Viene da piangere anche a me. Le lascio la lingua. 'Riprenditi quella merda di lingua, se ci tieni tanto! Parla! Parla!' le direi, se potessi parlare. Perché Chongquing 3 è muto.
Mi sono pulito la mano tutta sbavata, col fazzoletto. Ho cominciato a camminare verso la tua torre, mentre la donna alla quale avevo restituito la lingua è corsa via alle mie spalle singhiozzando e piangendo. E sarebbe questa la voce? Ed è per emettere simili suoni che ci teneva così tanto a riaverla? Mi sono annusato la mano, per sentire se sapeva ancora di saliva e di lingua. Gli uomini in divisa con le bretelle catarinfrangenti, nel buio della sera, che si prende tutto. Celeste impero! Che città è questa? Che mondo è questo? Il ponte sullo Yangtze, sospeso nell'aria, nello spazio. I negozi di giocattoli pieni di bambini, se sono bambini, se sono già bambini. Le insegne illuminate fino allo spasimo da questa luce nera, irreale, che arriva fin qui dalle enormi combustioni di materia vivente e dalla potenza che preme contro il muro delle acque immobilizzate. 'Che luce è questa?' mi domando. 'Che strade sono queste?' Corpi spaccati per permettere alle gambe di carne di ruotare. Stivali alti, inguinali. Camminavo e fantasticavo. Dove sei? Dove sei?"

venerdì 29 maggio 2009



LALLA ROMANO



"L'arte è astrazione. Per me scrivere è stato sempre cogliere, dal tessuto fitto e complesso della vita qualche immagine, dal rumore del mondo qualche nota, e circondarle di silenzio".
Lalla Romano


Tra le mie autrici preferite primeggia Lalla Romano, piemontese, nata all’inizio del secolo scorso. Lalla Romano, non tanto conosciuta dal grande pubblico, tratteggia quell’elite intellettuale di cui il ‘900 ne è stato fucina. Artista a 360°, persona schiva e riservata, ci lascia attraverso i suoi libri parte della sua vita, dal periodo torinese in cui hanno inizio gli studi di pittura ed i primi incontri letterari con Einaudi, Mario Soldati, Levi, nè Una giovinezza inventata, al periodo della guerra narrato attraverso storie di intrecci famigliari in Tetto Murato, a quello del difficile rapporto tra una madre libera ed un figlio ribelle e introverso in Le parole tra noi leggere, solo per citarne alcuni.
Lalla è anche poetessa, ed ho pensato di condividere alcuni suoi versi con chi avrà il piacere di leggerli.

L'ABBRACCIO

Andiamo nella campagna deserta,
scricchiola sotto i piedi la neve.
Gia' sorta e' la luna, e risplende
la pianura sino ai monti lontani.

Io cerco il tuo corpo caldo e oscuro,
tu cerchi con affanno il mio corpo,
ed il nostro cuore si spezza
tremando nel vano abbraccio.


IL PIANTO

Dimmi perche' nel mio sogno piangevi.
Soli eravamo al sommo d'una scala

immensa e buia: e subito le mani
tu mi afferrasti, senza una parola.

Tra le mie mani nascondesti il viso
e ti asciugasti con le palme il pianto.

Cosi' ti vidi dopo tanto tempo,
e nulla so di te, se non quel pianto.


STAGIONE

Voi ripetete i vostri canti, uccelli;
ma soltanto una volta nella vita
a noi e' dato d'ascoltar parole
cosi' soavi: a noi non si rinnova
il dolce tempo, come a voi stagione.


SILENZIO

Perdonami se spesso al tuo silenzio
non so risponder che col mio silenzio.
Vedo trascorrer come un triste fiume
il tuo dolore, e simile mi faccio
a te, muta corrente, e ti accompagno
lungo il tuo stanco, affaticato andare.


IL VENTO

Il vento fuggendo rapisce ai comignoli il fumo,
e come una chioma leggera l'arriccia e disperde.

Volubile e tenue s'effonde nel tempo la vita,
cosi' come labile fumo dilegua nel vento.

mercoledì 27 maggio 2009


L’AMORE TRA PASSIONE
E FEDELTA’

di Umberto Galimberti

Se il criterio è la passione, difficilmente potremmo smentire Tolstoj là dove dice che il matrimonio, per il solo fatto di essere una promessa irrevocabile, “è un inferno”. Il problema è capire se la passione è l’unico modo in cui può declinarsi l’amore. E questo a partire dal fatto che “passione” significa “patire l’altro”, e quindi, come ciascuno può constatare in quella condizione, perdere la propria autonomia, trascinati nella discontinuità dell’oscillazione amorosa, dove l’altro diventa il vero regista del nostro vivere o morire.
Ma accanto all’amore-passione esiste anche quello che potremmo chiamare amore-creazione, dove il rapporto con l’altro non avviene perché trascinati dalla passività della passione, ma è promosso da quell’azione che, pur non ignorando l’entusiasmo della passione, non ci si accontenta di una felicità passiva, perché vuole creare l’altro come si crea un’opera d’arte. Questo genere di amore non si alimenta di quell’evasione dal mondo tipico della passione, ma assume un impegno nel mondo, non per una decisione di fedeltà, che di per sé non è un valore, ma perché non c’è creazione che non insista sull’opera, come ogni artista sa quando nell’opera che sta creando vede il riflesso dell’espressione di sé. Per vivere a lungo in due bisogna avere uno spirito artistico e non cedere a quella concezione così diffusa che intende la libertà come revocabilità di tutte le scelte, perché là dove un amico, un amante, una moglie, un marito, al pari degli oggetti diventano intercambiabili appena l’insorgere di una passione ci trascina verso altri lidi, là dove la decisione non comporta effetti irrevocabili, non muta il corso delle cose, non produce eventi che possono essere anche irreversibili, non si costruisce alcuna biografia, non si scopre nulla di sé e tanto meno qualcosa dell’altro, ma soprattutto si scambia la libertà di scelta con una vera e propria astensione dalla scelta. Se il mondo delle relazioni viene trattato alla stregua degli oggetti che si usano e poi si gettano come passione detta, senza affaccendarsi intorno all’opera come è appunto il lavoro dell’artista che mai si accontenta della sua creazione, anche la passione si estingue, come è facile vedere nei bambini sommersi dai giochi, a nessuno dei quali riescono a dedicarsi con vera passione.

martedì 26 maggio 2009



"Lune interminabili, universo opaco, brontolii, tornadi, sismi. Rari erano i momenti di riposo: la fronte contro le ginocchia, le braccia intorno al capo, pensavo ascoltavo, aspiravo a non esistere. Ma la vita era là, perla trasparente, astro che ruotava lentamente su se stesso. Ero cieca. I miei occhi erano fissi su quest’altro mondo, le sue immagini mi arrivavano confuse. Mi restavano ancora delle grida di meraviglia, pianti sommessi. Una reminiscenza impotente mi opprimeva, la malinconia mi bruciava. Chi sono? Domandavo alla Morte rannicchiata ai miei piedi. Lei grugniva e non rispondeva.
Dove sono? Sentivo delle risa, delle voci che dicevano: “ Sarà sicuramente un maschio, Monsignore. Spinge. Ha la rabbia dentro.”
Poco importava chi sarei stata. Ero già stanca di questa immensità. Ero stanca di sperare, di attendere, di essere io: il centro del mondo.
Il fruscio del vento mi tranquillizzava. Ascoltavo il grondare della pioggia. Nel mio cielo in cui il sole non sorgeva ma, sentivo il canto di una bambina. La sua voce dolce e innocente mi cullava. Mia sorella: io temevo per lei una grande infelicità. Una mano tentava di accarezzarmi. Ma un muro ci separava. Madre, ombra disegnata sulla parete dei miei pensieri, sapete che sono un vecchio condannato ad abitare la prigione della vostra carne?
In fondo al lago, nell’acqua color seppia, giravo su me stessa, mi rannicchiavo, mi distendevo, piroettavo. Giorno dopo giorno, il mio corpo si gonfiava, mi pesava, mi strangolava. Avrei voluto essere la punta di un ago, un granello di sabbia, il riflesso del sole in una goccia d’acqua: invece diventavo una carne che scoppiava, una montagna di pieghe, di sangue, un mostro marino. Ero irascibile. Mi indignavo contro me stessa, contro la donna che mi faceva carceriera, contro la Morte, mia unica amica.
Mi aspettavano. Sentivo mormorare che la creatura sarebbe stata chiamata Luce. Il brusio dei preparativi m’impediva di riflettere. Si parlava di vestitini, di pannolini, di festeggiamenti, di nutrici: grasse, bianche, forti. Era proibito pronunciare il mio nome, per paure che i demoni si impadronissero della mia anima. Mi aspettavano perché incominciassi là dove i loro destini si erano fermati. Io avevo pietà di questi ferventi esseri, affidabili e avidi. Non sapevano ancora che avrei distrutto il loro mondo per costruire il mio. Non sapevano che avrei portato la liberazione attraverso le fiamme, attraverso il ghiaccio.
Una notte sussultai. Le acque ribollirono. Delle onde furiose si frangevano su di me. Rannicchiata, lottavo contro la paura concentrandomi sulla mia respirazione, sulle fitte del mio dolore. Il calare della marea mi gettò in una strettoia. Scivolai fra gli scogli. Il mio corpo sanguinava. La mia pelle si lacerava. La mia testa implodeva. Stringevo i pugni per non urlare.
Qualcuno mi afferrò per i piedi e mi sculacciò. Con la testa all’ingiù, vomitai i miei pianti. Mi avvolsero in una stoffa che mi scorticava. Sentii la voce ansiosa di un uomo:
“Maschio o femmina?”
Nessuno rispose. L’uomo mi si avvicinò e tentò di aprire le mi fasce.
Il gemito di una donna lo interruppe:
“un’altra femmina, Monsignore.”
“Ah!” gridò lui, prima di sciogliersi in lacrime."

Imperatrice- Shan Sa

È la nascita di Luce, Imperatrice Wu Zetian, prima e unica donna del Celeste impero ad avere questa carica, vissuta nella metà del VII secolo. Mi piace l’idea di poter condividere queste parole, che l'autrice sa esprimere con tono di sofferente poesia, dando una descrizione di quel tempo di vita,la gestazione, da tutti noi dimenticato. E mi chiedo quanto, di quel tempo, rimane nel nostro percorso e se ne è parte integrante.

venerdì 22 maggio 2009

Sarà che la campagna elettorale si fa sempre più calda, sarà che la politica si sta sempre più degradando, sarà che a venticinque anni dalla Sua morte è giusto ricordarlo,sarà che Ernico Berlinguer ci lascia ancora, come sempre, grandi insegnamenti.

"LA QUESTIONE MORALE" di Enrico Berlinguer
«I partiti sono diventati macchine di potere»

Intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari, «La Repubblica», 28 luglio 1981
«I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer. «I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».

La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.

Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Dunque, siete un partito socialista serio...
...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...


Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire

mercoledì 20 maggio 2009

Da un amico di Facebook, riporto questo brano. La politica, tutta, ha bisogno di ricordare qual è la sua finalità.


"Volendo tentare una definizione potremmo dire che la politica (dal greco πολιτικος, politikós) è quell'attività umana, che si esplica in una collettività, il cui fine ultimo - da attuarsi mediante la conquista e il mantenimento del potere - è incidere sulla distribuzione delle risorse materiali e immateriali, perseguendo l'interesse di un soggetto, sia esso un individuo o un gruppo. La prima definizione risale ad Aristotele ed è legata al termine "polis", che in greco significa la città, la comunità dei cittadini; politica, secondo il filosofo Ateniese, significava l'amministrazione della "polis" per il bene di tutti, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano. Altre definizioni, che si basano su aspetti peculiari della politica, sono state date da numerosi teorici: per Max Weber la politica non è che aspirazione al potere e monopolio legittimo dell'uso della forza; per David Easton essa è la allocazione di valori imperativi (cioè di decisioni) nell'ambito di una comunità; per Giovanni Sartori la politica è la sfera delle decisioni collettive sovrane."

G.Andre
Ho trovato interessante, oltre che totalmente condivisibile, questa breve analisi che rispecchia quanto sia reale e attuale l’involuzione dell’essere umano.

“Siccome l’educazione delle emozioni ci porta a quell’empatia che è la capacità di leggere le emozioni degli altri, e siccome senza percezioni delle esigenze e della disperazione altrui, non può esserci preoccupazione per gli altri, la radice dell’altruismo sta nell’empatia, che si raggiunge con l’educazione emotiva che consente a ciascuno di conseguire quegli atteggiamenti morali dei quali i nostri tempi hanno grande bisogno: l’autocontrollo e la compassione.”
Daniel Goleman – Università di Harvard




È amaro dolore
il sapore delle ossa
leggere, legate, incerte.

È dolore che si groviglia
e non si sgretola.

È amara l’avarizia
che ruba la dolcezza,
soffocandola in un pugno

martedì 19 maggio 2009

Non svanisce l’incompiuto... rimane in attesa della forma,
un atto che non diventa potenza.

lunedì 18 maggio 2009

Aforisma di Umberto Galimberti

L'Etica laica, dopo aver messo sullo sfondo Dio e l'imperscrutabilità delle intezioni umane, formulò con Kant quel principio secondo cui "L'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo". È questo un principio che ancora attende di essere attuato, se è vero che oggi le merci e i beni hanno una possibilità di circolazione ben superioe a quella degli uomini, e gli uomini nei vari paesi sono accolti solo se produttori di servizi di beni e di merci...

domenica 17 maggio 2009

Ed ora che il sole
ti spinge la vita
cammini per rifuggire
cuciture strappate
che uniscono lembi
tirati a brandelli.

Ricomporre le trame e gli orditi
è il senso del sole
in questa vita bagnata
che cerca solo riparo.

giovedì 14 maggio 2009

da "QUANDO IL SILENZIO DIVENTA PAROLA" di Anna Totaro

Incontrai Chiara in un treno, un giorno… o forse in una libreria…
no, forse in un supermercato.
La incontrai tra la gente…e forse in un angolo appartato del cuore,
dove rimangono intrappolate le parole, le storie che non vengono scritte…
Forse l’ho incontrata radiosa una sera di tanti anni fa, nella calca di una festa di paese,
e dentro un bar discreto, davanti ad un caffé, con lo sguardo sognante…
Forse l’ho incontrata presa dal panico in un ascensore,
stretto come la gabbia della sua vita,
oppure nella tiepida stanza di una psicoterapia,
come in un utero buono in cui lasciare schegge di sé…
Credo fosse bionda, decisa, ostinata… oppure bruna, morbida, leggera…
Forse liberata dalla tristezza , forse carica di nostalgia …
Forse madre, amica
compagna
Quella donna bionda mi consegnò tasselli di desideri violati e di rimpianti…
Quella donna bruna mi lasciò una storia scolpita nei suoi occhi chiari,
Quella donna radiosa si raccontò, riavvolgendo i gomitoli di una vita da vivere,
la madre mi nutrì dei suoi figli portati nel grembo,
l’amante mi regalò il soffio di una emozione segreta,
l’amica si lasciò ascoltare e cucì con le parole scampoli di coraggio
Ciascuna di loro era Chiara

mercoledì 13 maggio 2009

Vi presento l'ultimo lavoro della Dottoressa Anna Totaro.






Chiara è il piccolo mosaico di una storia scheggiata e tagliente, frammenti di vita...

E' Tante storie...

Tanti frammenti...

E' due occhi grandi smerigliati,

sgranati di fronte alla vita...

E' una piccola bambina impaurita,

è una donna che non ha più paura

o che forse continua ad averne... Questa è chiara.

lunedì 11 maggio 2009


da L'Unità di Domenica 10 maggio











"«Le leggi razziali ci sono già, anche se molti fingono di non sapere»
di Furio Colombo
"Leggi razziali” non è una frase eccessiva. È una descrizione letterale e corretta che Franceschini, segretario del Pd, ha detto con tragica esattezza per descrivere il “pacchetto sicurezza” della Lega.
La stella gialla che i Radicali indossano in questi giorni di una campagna elettorale dalla quale saranno esclusi con rigoroso rito mediatico, non è una trovata frivola o offensiva, come è stato detto. È la rappresentazione di un fatto. L’elenco delle illegalità, negazioni e sopraffazioni contro libertà fondamentali italiane, secondo i Radicali, è lungo e comincia subito, quando è ancora fresca la firma di Terracini in calce alla nostra Costituzione, nel 1948.

Si può convenire o no. Fin dalla rinascita, questo giornale ha detto e ripetuto ogni giorno che Berlusconi, con il peso immenso della ricchezza usata per comperare la politica, ha portato un peggioramento pauroso nella già oscura vita pubblica italiana, un peggioramento che a momenti pare irreversibile.

In un caso o nell’altro l’Italia è una sola. L’Italia che decide quali voci sono stonate e quali voci non si devono sentire, un anno dopo l’altro, un decennio dopo l’altro. L’Italia che perseguita senza tregua e senza vergogna gli immigrati proprio come al tempo delle leggi razziali. Fatti così profondamente illegali, e pure accettati, devono essere cominciati presto. Se questo è il peggio, c’è stato un prima.

Per esempio, la settimana è stata segnata da una notizia grave e squallida: il deputato Salvini della Lega esige che nei metrò di Milano i posti a sedere siano riservati ai lombardi. Come si riconosceranno i lombardi? Dagli insulti agli immigrati che hanno osato sedersi? Dalla violenza per farli alzare? Si fanno avanti squadre razziste come gli americani bianchi prima di Rosa Parks, di Martin Luther King e di Robert Kennedy. In un mondo normale una simile regola dovrebbe essere respinta con sdegno, come la peggiore offesa.

Ma questa è l’Italia in cui centinaia di naufraghi disperati, metà donne e bambini, e una di loro morta e putrefatta, sono stati lasciati in mare per giorni e notti al largo delle coste italiane. E’ la storia della nave turca “Pinar” , colpevole di averli salvati, tenuta ferma in mare dalla corvetta militare italiana “Lavinia”. Probabilmente è la prima volta, nella Repubblica italiana nata dalla Resistenza, che ai marinai italiani viene ordinato di non soccorrere i superstiti disperati del mare. Viene ordinato di tenerli fermi e lontani benché stremati.

Atti indegni di questo tipo, come le aggressioni e i linciaggi, tendono a ripetersi in questa Italia. Nuovi immigrati alla deriva, al largo delle coste libiche sono stati avvistati da un mercantile italiano che si è guardato bene dal prestare soccorso dopo ciò che era toccato alla nave turca. Si trattava - ci ha detto il giornalista Viviano di Repubblica (7 maggio) - di 227 disperati tra cui 40 donne. Sono subito arrivate sul posto unità della Marina militare italiana con un ordine barbaro e disumano del ministro dell’Interno della Padania insediato a Roma: le centinaia di profughi disperati raccolti in mare sono stati riportati in Libia. Vuol dire condannati a morte, per esecuzione, per inedia nei campi profughi del deserto, per schiavitù (lavoro forzato senza paga), per l’abbandono in aree prive di tutto, in violazione della Costituzione italiana e della Carta dei Diritti dell’Uomo, come ha scritto con sdegno L’Osservatore Romano.

Ogni possibile richiesta di diritto d’asilo, per quanto urgente e legittima, viene in questo modo vietata da marinai italiani usati come poliziotti crudeli di una dittatura senza scrupoli.

Adesso scopriamo che, prima ancora che il Parlamento italiano affronti l’odioso “pacchetto sicurezza” della Lega e lo voti con l’espediente della “fiducia” in modo da bloccare ogni discussione, adesso scopriamo che le “leggi razziali” sono già in funzione, oggi, in questa Italia, mentre tanti, in politica o nella vita di tutti i giorni, fanno finta di non sapere, non vedere, di non essere disturbati. Proprio come nel 1938. Ma nel 1938 quelle schiene piegate di un popolo erano state preparate da quasi due decenni di fascismo.

Dicono i Radicali: anche oggi una simile rinuncia alla libertà, alla opposizione, alla critica non arriva tutta in una volta come una valanga. Ci vuole una lunga preparazione per cedere senza resistenza i propri diritti. Di fronte al diffuso silenzio per la paurosa epoca italiana che stiamo vivendo è inevitabile chiedersi: e se i Radicali, indossando la loro maleducata e impropria stella gialla, avessero ragione?"

Mi chiedo quand'è che gli Italiani dimostreranno ancora la forza del sapersi Indignare.
È una voce interiore che non tace
di cui costantemente ne sento mutare l’umore..
è la voce della sconfitta o è l’irrisolto,
è la mia immaginazione o il vero?
Non lo so..solo certezze su ipotesi
nelle quali tu ti senti al meglio..
perseverando il silenzio.

lunedì 4 maggio 2009

La vita ha il senso che noi gli vogliamo dare, senza alcun assolutismo...se non i nostri limiti.