Tu apparirai sulla soglia, indossando
qualcosa di bianco senza stranezze,
qualcosa proprio di quelle stoffe
di cui si cuciono i fiocchi di neve.
Boris Leonidovič Pasternak
Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita. Enrico Berlinguer
giovedì 29 settembre 2011
martedì 27 settembre 2011
domenica 25 settembre 2011
BEATRIXGASSE
Ho letto la "Critica della Ragion Pura" con 60 watt nella Beatrixgasse,
Locke, Leibniz e Hume nell'oscurità della Biblioteca Nazionale,
ammaliata in mezzo a tutti i concetti di tutti i tempi
dai Presocratici fino a "L'Essere e il Nulla".
Ho letto Kafka, Rimbaud e Blake con 25 watt in un albergo di Parigi.
Ho letto Freud, Adler e Jung con 360 watt
in una strada solitaria di Berlino,
accompagnata in sottofondo dagli Studi di Chopin.
Ho studiato su una spiaggia vicino a Genova
un discorso infiammato
sull'espropriazione della proprietà intellettuale.
(La carta era piena di macchie di sale
e accartocciata dal sole.)
Ho letto in tre settimane "La Comedie Humaine"
indebolita dalla febbre e dagli antibiotici a Klagenfurt.
Ho letto Proust a Monaco fino all'alba,
fino a che gli operai che rifacevano il tetto
non irrompevano nella mansarda.
Ho letto i moralisti francesi e i logici viennesi
con le calze che mi cadevano.
Ho letto tutte queste cose fumando 30 sigarette francesi al giorno,
dal "De Rerum Natura" fino a "Il Culto Della Ragione".
Mi sono occupata di storia e filosofia, medicina e psicologia.
Ho lavorato nel manicomio di Steinhof
sulle anamnesi dei maniaci depressivi.
Ho scritto dispense nell'Aula Magna a solo 6 gradi sopra zero,
e a 38 gradi sopra zero ho continuato a prendere appunti.
Ho letto
dopo essermi lavata la testa
Marx e Engels.
E completamente ubriaca Lenin.
E ho letto turbata, frettolosa giornali e giornali e giornali.
E ho letto giornali fin da bambina, davanti alla stufa,
mentre si accendeva il fuoco.
E giornali e riviste e tascabili dappertutto,
in tutte le stazioni, in tutti i treni, tram, omnibus, aerei.
Ho letto tutto su tutto, in 4 lingue.
E ora liberata da tutto questo
mi stendo sul letto e dico:
adesso scriverò il libro che non esiste ancora.
Ingeborg Bachmann
Ho letto la "Critica della Ragion Pura" con 60 watt nella Beatrixgasse,
Locke, Leibniz e Hume nell'oscurità della Biblioteca Nazionale,
ammaliata in mezzo a tutti i concetti di tutti i tempi
dai Presocratici fino a "L'Essere e il Nulla".
Ho letto Kafka, Rimbaud e Blake con 25 watt in un albergo di Parigi.
Ho letto Freud, Adler e Jung con 360 watt
in una strada solitaria di Berlino,
accompagnata in sottofondo dagli Studi di Chopin.
Ho studiato su una spiaggia vicino a Genova
un discorso infiammato
sull'espropriazione della proprietà intellettuale.
(La carta era piena di macchie di sale
e accartocciata dal sole.)
Ho letto in tre settimane "La Comedie Humaine"
indebolita dalla febbre e dagli antibiotici a Klagenfurt.
Ho letto Proust a Monaco fino all'alba,
fino a che gli operai che rifacevano il tetto
non irrompevano nella mansarda.
Ho letto i moralisti francesi e i logici viennesi
con le calze che mi cadevano.
Ho letto tutte queste cose fumando 30 sigarette francesi al giorno,
dal "De Rerum Natura" fino a "Il Culto Della Ragione".
Mi sono occupata di storia e filosofia, medicina e psicologia.
Ho lavorato nel manicomio di Steinhof
sulle anamnesi dei maniaci depressivi.
Ho scritto dispense nell'Aula Magna a solo 6 gradi sopra zero,
e a 38 gradi sopra zero ho continuato a prendere appunti.
Ho letto
dopo essermi lavata la testa
Marx e Engels.
E completamente ubriaca Lenin.
E ho letto turbata, frettolosa giornali e giornali e giornali.
E ho letto giornali fin da bambina, davanti alla stufa,
mentre si accendeva il fuoco.
E giornali e riviste e tascabili dappertutto,
in tutte le stazioni, in tutti i treni, tram, omnibus, aerei.
Ho letto tutto su tutto, in 4 lingue.
E ora liberata da tutto questo
mi stendo sul letto e dico:
adesso scriverò il libro che non esiste ancora.
Ingeborg Bachmann
venerdì 23 settembre 2011
PASOLINI LEGGE EZRA POUND
Venezia, 1967
Quello che veramente ami non ti sara’ strappato
Quello che veramente ami e’ la tua vera eredita’
Il mondo a chi appartiene, a me, a loro
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d’inferno,
Quello che veramente ami e’ la tua vera eredita’
Strappa da te la vanita’, non fu l’uomo
che creò il coraggio, o l’ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanita’, ti dico strappala
Cerca nel verde mondo quale sia il tuo luogo
Nella misura dell’invenzione, o nella vera abilita’ dell’artefice,
Strappa da te la vanita’,
Paquin strappala!
Il casco verde ha vinto la tua eleganza.
“Dominati, e gli altri ti sopporteranno”
Strappa da te la vanita’
Sei un cane bastonato sotto la grandine,
Una pica rigonfia in uno spasimo di sole,
Meta’ nero meta’ bianco
Ne’ distingui un’ala da una coda
Strappa da te la vanita’
Come sono meschini i tuoi rancori
Nutriti di falsita’.
Strappa da te la vanita’,
Avido di distruggere, avaro di carita’,
Strappa da te la vanita’,
Ti dico strappala.
Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non e’ vanita’
Avere, con discrezione, bussato
Perche’ un Blunt aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata
Questa non e’ vanita’.
Perchè qui l’errore e’ in cio’che non si e’ fatto, nella diffidenza che fece esitare.
Ezra Pound, Canti pisani
Venezia, 1967
Quello che veramente ami non ti sara’ strappato
Quello che veramente ami e’ la tua vera eredita’
Il mondo a chi appartiene, a me, a loro
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d’inferno,
Quello che veramente ami e’ la tua vera eredita’
Strappa da te la vanita’, non fu l’uomo
che creò il coraggio, o l’ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanita’, ti dico strappala
Cerca nel verde mondo quale sia il tuo luogo
Nella misura dell’invenzione, o nella vera abilita’ dell’artefice,
Strappa da te la vanita’,
Paquin strappala!
Il casco verde ha vinto la tua eleganza.
“Dominati, e gli altri ti sopporteranno”
Strappa da te la vanita’
Sei un cane bastonato sotto la grandine,
Una pica rigonfia in uno spasimo di sole,
Meta’ nero meta’ bianco
Ne’ distingui un’ala da una coda
Strappa da te la vanita’
Come sono meschini i tuoi rancori
Nutriti di falsita’.
Strappa da te la vanita’,
Avido di distruggere, avaro di carita’,
Strappa da te la vanita’,
Ti dico strappala.
Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non e’ vanita’
Avere, con discrezione, bussato
Perche’ un Blunt aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata
Questa non e’ vanita’.
Perchè qui l’errore e’ in cio’che non si e’ fatto, nella diffidenza che fece esitare.
Ezra Pound, Canti pisani
mercoledì 21 settembre 2011
Solo e pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi e lenti,
e gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio uman l'arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti;
perché ne gli atti d'alegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avampi;
sì ch'io mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch'è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie né si selvagge
cercar non so ch'Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co llui.
Francesco Petrarca
lunedì 19 settembre 2011
DEDICA
da Evgenij Onegin
Non intendo divertire il mondo superbo,
preferisco l'attenzione degli amici,
per questo vorrei offrirti
un tributo più degno di te,
più degno dell'anima bella
ricolma di un santo sogno,
di viva e luminosa poesia,
di alti pensieri e di semplicità;
ma sia pure - accogli con indulgenza
questa raccolta di capitoli variegati,
ora scherzosi, ora tristi,
ora popolareschi, ora ideali,
frutto variegato dei miei diletti,
delle mie insonnie, di ispirazioni leggere,
di anni immaturi e sfioriti,
delle osservazioni fredde della mente
e delle note dolenti del cuore.
Aleksandr Puskin
domenica 18 settembre 2011
ELEGIA DEL RICORDO IMPOSSIBILE
Che cosa non darei per la memoria
di una strada sterrata fra i muri bassi
e di un alto cavaliere che riempi l'alba
(lungo e sdrucito il poncho)
in uno dei giorni della pianura,
un giorno senza data.
Che cosa non darei per la memoria
di mia madre che contempla il mattino
nella tenuta di Santa Irene,
ignara che il suo nome sarebbe stato Borges.
Che cosa non darei per la memoria
d'essermi battuto a Cepeda
e di aver visto Estanislao del Campo
salutare la prima pallottola
con l'esultanza del coraggio.
Che cosa non darei per la memoria
di un portone in una villa segreta
che mio padre spingeva ogni sera
prima di perdersi nel sonno
e spinse per l'ultima volta
il 14 febbraio del '38.
Che cosa non darei per la memoria
delle barche di Hengist,
mentre prendono il mare dalle sabbie danesi
per debellare l'isola
che ancora non era l'Inghilterra.
Che cosa non darei per la memoria
(l'ho avuta e l'ho perduta)
di una tela d'oro di Turner
vasta come la musica.
Che cosa non darei per la memoria
di aver udito Socrate
quando la sera della cicuta
serenamente analizzò il problema
dell'immortalità,
alternando i miti e le ragioni
mentre la morte azzurra lo invadeva
dai piedi fatti gelidi.
Che cosa non darei per la memoria
di te che avessi detto che mi amavi
e di non aver dormito fino all'alba,
straziato e felice.
L'INGENUO
Ogni aurora (ci dicono) consegna meraviglie
capaci di piegare la sorte più ostinata;
ci sono impronte d'uomo sul suolo della luna
e l'insonnia devasta i secoli e le miglia.
Nell'azzurro si celano incubi condivisi
che anneriscono il giorno. Al mondo non esiste
cosa che non sia altra, o contraria, o nessuna.
Io mi stupisco solo delle sorprese semplici.
Mi inquieta che una chiave possa aprire una
porta,
che la mia mano sia qualcosa di reale,
mi inquieta che del greco l'eleatica saetta
fulminea non raggiunga la meta irraggiungibile,
che la spada crudele possa anche essere bella,
e che la rosa abbia un profumo di rosa.
Jorge Luis Borges
da La Moneta di Ferro
Che cosa non darei per la memoria
di una strada sterrata fra i muri bassi
e di un alto cavaliere che riempi l'alba
(lungo e sdrucito il poncho)
in uno dei giorni della pianura,
un giorno senza data.
Che cosa non darei per la memoria
di mia madre che contempla il mattino
nella tenuta di Santa Irene,
ignara che il suo nome sarebbe stato Borges.
Che cosa non darei per la memoria
d'essermi battuto a Cepeda
e di aver visto Estanislao del Campo
salutare la prima pallottola
con l'esultanza del coraggio.
Che cosa non darei per la memoria
di un portone in una villa segreta
che mio padre spingeva ogni sera
prima di perdersi nel sonno
e spinse per l'ultima volta
il 14 febbraio del '38.
Che cosa non darei per la memoria
delle barche di Hengist,
mentre prendono il mare dalle sabbie danesi
per debellare l'isola
che ancora non era l'Inghilterra.
Che cosa non darei per la memoria
(l'ho avuta e l'ho perduta)
di una tela d'oro di Turner
vasta come la musica.
Che cosa non darei per la memoria
di aver udito Socrate
quando la sera della cicuta
serenamente analizzò il problema
dell'immortalità,
alternando i miti e le ragioni
mentre la morte azzurra lo invadeva
dai piedi fatti gelidi.
Che cosa non darei per la memoria
di te che avessi detto che mi amavi
e di non aver dormito fino all'alba,
straziato e felice.
L'INGENUO
Ogni aurora (ci dicono) consegna meraviglie
capaci di piegare la sorte più ostinata;
ci sono impronte d'uomo sul suolo della luna
e l'insonnia devasta i secoli e le miglia.
Nell'azzurro si celano incubi condivisi
che anneriscono il giorno. Al mondo non esiste
cosa che non sia altra, o contraria, o nessuna.
Io mi stupisco solo delle sorprese semplici.
Mi inquieta che una chiave possa aprire una
porta,
che la mia mano sia qualcosa di reale,
mi inquieta che del greco l'eleatica saetta
fulminea non raggiunga la meta irraggiungibile,
che la spada crudele possa anche essere bella,
e che la rosa abbia un profumo di rosa.
Jorge Luis Borges
da La Moneta di Ferro
sabato 17 settembre 2011
dal MANFRED
Odimi, odimi, Astarte,
amata, parlami! Tanto ho sofferto
e soffro ancora tanto. Guardami
La tua fossa non ti ha mutato tanto
quant'io son mutato per te.
Troppo mi amasti, come io ti amai.
Non eravamo fatti per torturarci così,
quantunque fosse il più empio dei peccati
amarci come noi ci amammo ...
Dimmi che tu non mi detesti ...
Che io sconto il castigo per entrambi,
che tu sarai del numero beato,
e io morrò ... Perché finora tutto
quel che odio cospira a incatenarmi
all'esistenza, a una vita che mi esclude
dall'immortalità, dove il futuro
è simile al passato. Non ho tregua.
Non so che cosa chiedere o cercare.
Sento soltanto quello che tu sei
e io sono. Ma, prima di morire
vorrei udire di nuovo quella voce
che era la mia musica.
Parlami! Ti ho invocato nelle notti
serene, ho spaventato gli uccelli
addormentati tra i silenziosi rami,
per chiamare te ...
Ho risvegliato i lupi montani
ho appreso alle caverne a riecheggiare
invano il nome tuo adorato; tutto
rispose, tranne la tua voce. Parlami!
Ho errato sulla terra e non ho mai
trovato a te l'uguale. Parlami!
T'ho cercato tra le stelle a venire,
ho contemplato il cielo inutilmente,
senza trovarti mai. Parlami! Guarda,
i demoni a me attorno, hanno pietà
di me che non li temo ed ho pietà
per te soltanto. Parlami! Sdegnata,
se vuoi, ma parlami! ... Dimmi
non so che cosa, ma che io ti senta
una volta ancora ...
Lord Byron
venerdì 16 settembre 2011
L'ALBA DEL MERIDIONE
Torno, ritrovo il fenomeno della fuga
del capitale, l'epifenomeno (infimo)
dell'avanguardia. La polizia tributaria
(quasi accertamento filosofico
sugli incartamenti di un poeta)
fruga in quel fatto privato che sono i soldi,
contaminati da carità, dolenti
di inspiegabili consunzioni, e pieni
di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:
però con mia gongolante leggerezza perché qua,
non c'è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.
Torno, e trovo milioni di uomini occupati
soltanto a vivere come barbari discesi
da poco su una terra felice, estranei
ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia
della Preistoria che a tutto ciò darà senso,
riprendo a Roma le mie abitudini
di bestia ferita, che guarda negli occhi,
godendo del morire, i suoi feritori...
P.P.P.
Torno, ritrovo il fenomeno della fuga
del capitale, l'epifenomeno (infimo)
dell'avanguardia. La polizia tributaria
(quasi accertamento filosofico
sugli incartamenti di un poeta)
fruga in quel fatto privato che sono i soldi,
contaminati da carità, dolenti
di inspiegabili consunzioni, e pieni
di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:
però con mia gongolante leggerezza perché qua,
non c'è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.
Torno, e trovo milioni di uomini occupati
soltanto a vivere come barbari discesi
da poco su una terra felice, estranei
ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia
della Preistoria che a tutto ciò darà senso,
riprendo a Roma le mie abitudini
di bestia ferita, che guarda negli occhi,
godendo del morire, i suoi feritori...
P.P.P.
giovedì 15 settembre 2011
ELOGIO DEGLI UCCELLI
Amelio filosofo solitario, stando una mattina di primavera, co' suoi libri, seduto all'ombra di una sua casa in villa, e leggendo; scosso dal cantare degli uccelli per la campagna, a poco a poco datosi ad ascoltare e pensare, e lasciato il leggere; all'ultimo pose mano alla penna, e in quel medesimo luogo scrisse le cose che seguono.
Sono gli uccelli naturalmente le più liete creature del mondo. Non dico ciò in quanto se tu li vedi o gli odi, sempre ti rallegrano; ma intendo di essi medesimi in sé, volendo dire che sentono giocondità e letizia più che alcuno altro animale. Si veggono gli altri animali comunemente seri e gravi; e molti di loro anche paiono malinconici: rade volte fanno segni di gioia, e questi piccoli e brevi; nella più parte dei loro godimenti e diletti, non fanno festa, né significazione alcuna di allegrezza; delle campagne verdi, delle vedute aperte e leggiadre, dei soli splendidi, delle arie cristalline e dolci, se anco sono dilettati, non ne sogliono dare indizio di fuori: eccetto che delle lepri si dice che la notte, ai tempi della luna, e massime della luna piena, saltano e giuocano insieme, compiacendosi di quel chiaro, secondo che scrive Senofonte. Gli uccelli per lo più si dimostrano nei moti e nell'aspetto lietissimi; e non da altro procede quella virtù che hanno di rallegrarci colla vista, se non che le loro forme e i loro atti, universalmente, sono tali, che per natura dinotano abilità e disposizione speciale a provare godimento e gioia: la quale apparenza non è da riputare vana e ingannevole. Per ogni diletto e ogni contentezza che hanno, cantano; e quanto è maggiore il diletto o la contentezza, tanto più lena e più studio pongono nel cantare. E cantando buona parte del tempo, s'inferisce che ordinariamente stanno di buona voglia e godono. E se bene è notato che mentre sono in amore, cantano meglio, e più spesso, e più lungamente che mai; non è da credere però, che a cantare non li muovano altri diletti e altre contentezze fuori di queste dell'amore. Imperocché si vede palesemente che al dì sereno e placido, cantano più che all'oscuro e inquieto: e nella tempesta si tacciono, come anche fanno in ciascuno altro timore che provano; e passata quella, tornano fuori cantando e giocolando gli uni cogli altri. Similmente si vede che usano di cantare in sulla mattina allo svegliarsi; a che sono mossi parte dalla letizia che prendono del giorno nuovo, parte da quel piacere che è generalmente a ogni animale sentirsi ristorati dal sonno e rifatti. Anche si rallegrano sommamente delle verzure liete, vallette fertili, delle acque pure e lucenti, del paese bello. Nelle quali cose è notabile che quello che pare ameno e leggiadro a noi, quello pare anche a loro; come si può conoscere dagli allettamenti coi quali sono tratti alle reti o alle panie, negli uccellari e paretai. Si può conoscere altresì dalla condizione di quei luoghi alla campagna, nei quali per l'ordinario è più frequenza di uccelli, e il canto loro assiduo e fervido. Laddove gli altri animali, se non forse quelli che sono dimesticati e usi a vivere cogli uomini, o nessuno o pochi fanno quello stesso giudizio che facciamo noi, dell'amenità e della vaghezza dei luoghi. E non è da maravigliarsene: perocché non sono dilettati se non solamente dal naturale. Ora in queste cose, una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura. Dicono alcuni, e farebbe a questo proposito, che la voce degli uccelli è più gentile e più dolce, e il canto più modulato, nelle parti nostre, che in quelle dove gli uomini sono selvaggi e rozzi; e conchiudono che gli uccelli, anco essendo liberi, pigliano alcun poco della civiltà di quegli uomini alle cui stanze sono usati.
O che questi dicano il vero o no, certo fu notabile provvedimento della natura l'assegnare a un medesimo genere di animali il canto e il volo; in guisa che quelli che avevano a ricreare gli altri viventi colla voce, fossero per l'ordinario in luogo alto; donde ella si spandesse all'intorno per maggiore spazio, e pervenisse a maggior numero di uditori. E in guisa che l'aria, la quale si è l'elemento destinato al suono, fosse popolata di creature vocali e musiche. Veramente molto conforto e diletto ci porge, e non meno, per mio parere, agli altri animali che agli uomini, l'udire il canto degli uccelli. E ciò credo io che nasca principalmente, non dalla soavità de' suoni, quanta che ella si sia, né dalla loro varietà, né dalla convenienza scambievole; ma da quella significazione di allegrezza che è contenuta per natura, sì nel canto in genere, e sì nel canto degli uccelli in ispecie. Il quale è, come a dire, un riso, che l'uccello fa quando egli si sente star bene e piacevolmente.
Onde si potrebbe dire in qualche modo, che gli uccelli partecipano del privilegio che ha l'uomo di ridere: il quale non hanno gli altri animali; e perciò pensarono alcuni che siccome l'uomo è definito per animale intellettivo o razionale, potesse non meno sufficientemente essere definito per animale risibile; parendo loro che il riso non fosse meno proprio e particolare all'uomo, che la ragione. Cosa certamente mirabile è questa, che nell'uomo, il quale infra tutte le creature è la più travagliata e misera, si trovi la facoltà del riso, aliena da ogni altro animale. Mirabile ancora si è l'uso che noi facciamo di questa facoltà: poiché si veggono molti in qualche fierissimo accidente, altri in grande tristezza d'animo, altri che quasi non serbano alcuno amore alla vita, certissimi della vanità di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia, e privi di ogni speranza; nondimeno ridere. Anzi, quanto conoscono meglio la vanità dei predetti beni, e l'infelicità della vita; e quanto meno sperano, e meno eziandio sono atti a godere; tanto maggiormente sogliono i particolari uomini essere inclinati al riso. La natura del quale generalmente, e gl'intimi principii e modi, in quanto si è a quella parte che consiste nell'animo, appena si potrebbero definire e spiegare; se non se forse dicendo che il riso e specie di pazzia non durabile, o pure di vaneggiamento e delirio. Perciocché gli uomini, non essendo mai soddisfatti né mai dilettati veramente da cosa alcuna, non possono aver causa di riso che sia ragionevole e giusta. Eziandio sarebbe curioso a cercare, donde e in quale occasione più verisimilmente, l'uomo fosse recato la prima volta a usare e a conoscere questa sua potenza. Imperocché non è dubbio che esso nello stato primitivo e selvaggio, si dimostra per lo più serio, come fanno gli altri animali; anzi alla vista malinconico. Onde io sono di opinione che il riso, non solo apparisse al mondo dopo il pianto, della qual cosa non si può fare controversia veruna; ma che penasse un buono spazio di tempo a essere sperimentato e veduto primieramente. Nel qual tempo, né la madre sorridesse al bambino, né questo riconoscesse lei col sorriso, come dice Virgilio. Che se oggi, almeno dove la gente è ridotta a vita civile, incominciano gli uomini a ridere poco dopo nati; fannolo principalmente in virtù dell'esempio, perché veggono altri che ridono. E crederei che la prima occasione e la prima causa di ridere, fosse stata agli uomini la ubbriachezza; altro effetto proprio e particolare al genere umano. Questa ebbe origine lungo tempo innanzi che gli uomini fossero venuti ad alcuna specie di civiltà; poiché sappiamo che quasi non si ritrova popolo così rozzo, che non abbia provveduto di qualche bevanda o di qualche altro modo da inebbriarsi, e non lo soglia usare cupidamente. Delle quali cose non è da maravigliare; considerando che gli uomini, come sono infelicissimi sopra tutti gli altri animali, eziandio sono dilettati più che qualunque altro, da ogni non travagliosa alienazione di mente, dalla dimenticanza di se medesimi, dalla intermissione, per dir così, della vita; donde o interrompendosi o per qualche tempo scemandosi loro il senso e il conoscimento dei propri mali, ricevono non piccolo benefizio. E in quanto al riso, vedesi che i selvaggi, quantunque di aspetto seri e tristi negli altri tempi, pure nella ubbriachezza ridono profusamente; favellando ancora molto e cantando, contro al loro usato. Ma di queste cose tratterò più distesamente in una storia del riso, che ho in animo di fare: nella quale, cercato che avrò del nascimento di quello, seguiterò narrando i suoi fatti e i suoi casi e le sue fortune, da indi in poi, fino a questo tempo presente; nel quale egli si trova essere in dignità e stato maggiore che fosse mai; tenendo nelle nazioni civili un luogo, e facendo un ufficio, coi quali esso supplisce per qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalla virtù, dalla giustizia, dall'onore e simili; e in molte cose raffrenando e spaventando gli uomini dalle male opere. Ora conchiudendo del canto degli uccelli, dico, che imperocché la letizia veduta o conosciuta in altri, della quale non si abbia invidia, suole confortare e rallegrare; però molto lodevolmente la natura provvide che il canto degli uccelli, il quale è dimostrazione di allegrezza, e specie di riso, fosse pubblico; dove che il canto e il riso degli uomini, per rispetto al rimanente del mondo, sono privati: e sapientemente operò che la terra e l'aria fossero sparse di animali che tutto dì, mettendo voci di gioia risonanti e solenni, quasi applaudissero alla vita universale, e incitassero gli altri viventi ad allegrezza, facendo continue testimonianze, ancorché false, della felicità delle cose.
E che gli uccelli sieno e si mostrino lieti più che gli altri animali, non è senza ragione grande. Perché veramente, come ho accennato a principio, sono di natura meglio accomodati a godere e ad essere felici. Primieramente, non pare che sieno sottoposti alla noia. Cangiano luogo a ogni tratto; passano da paese a paese quanto tu vuoi lontano, e dall'infima alla somma parte dell'aria, in poco spazio di tempo, e con facilità mirabile; veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime; esercitano continuamente il loro corpo; abbondano soprammodo della vita estrinseca. Tutti gli altri animali, provveduto che hanno ai loro bisogni, amano di starsene quieti e oziosi; nessuno, se già non fossero i pesci, ed eccettuati pure alquanti degl'insetti volatili, va lungamente scorrendo per solo diporto. Così l'uomo silvestre, eccetto per supplire di giorno in giorno alle sue necessità, le quali ricercano piccola e breve opera; ovvero se la tempesta, o alcuna fiera, o altra sì fatta cagione non lo caccia; appena è solito di muovere un passo: ama principalmente l'ozio e la negligenza: consuma poco meno che i giorni intieri sedendo neghittosamente in silenzio nella sua capannetta informe, o all'aperto, o nelle rotture e caverne delle rupi e dei sassi. Gli uccelli, per lo contrario, pochissimo soprastanno in un medesimo luogo; vanno e vengono di continuo senza necessità veruna; usano il volare per sollazzo; e talvolta, andati a diporto più centinaia di miglia dal paese dove sogliono praticare, il dì medesimo in sul vespro vi si riducono. Anche nel piccolo tempo che soprasseggono in un luogo, tu non li vedi stare mai fermi della persona; sempre si volgono qua e là, sempre si aggirano, si piegano, si protendono, si crollano, si dimenano; con quella vispezza, quell'agilità, quella prestezza di moti indicibile. In somma, da poi che l'uccello è schiuso dall'uovo, insino a quando muore, salvo gl'intervalli del sonno, non si posa un momento di tempo. Per le quali considerazioni parrebbe si potesse affermare, che naturalmente lo stato ordinario degli altri animali, compresovi ancora gli uomini, si è la quiete; degli uccelli, il moto.
A queste loro qualità e condizioni esteriori corrispondono le intrinseche, cioè dell'animo; per le quali medesimamente sono meglio atti alla felicità che gli altri animali. Avendo l'udito acutissimo, e la vista efficace e perfetta in modo, che l'animo nostro a fatica se ne può fare una immagine proporzionata; per la qual potenza godono tutto giorno immensi spettacoli e variatissimi, e dall'alto scuoprono, a un tempo solo, tanto spazio di terra, e distintamente scorgono tanti paesi coll'occhio, quanti, pur colla mente, appena si possono comprendere dall'uomo in un tratto; s'inferisce che debbono avere una grandissima forza e vivacità, e un grandissimo uso d'immaginativa. Non di quella immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come ebbero Dante, il Tasso; la quale è funestissima dote, e principio di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue; ma di quella ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti; e il maggiore e più fruttuoso dono di cui la natura sia cortese ad anime vive. Di modo che gli uccelli hanno di questa facoltà, in copia grande, il buono, e l'utile alla giocondità dell'animo, senza però partecipare del nocivo e penoso. E siccome abbondano della vita estrinseca, parimente sono ricchi della interiore: ma in guisa, che tale abbondanza risulta in loro benefizio e diletto, come nei fanciulli; non in danno e miseria insigne, come per lo più negli uomini. Perocché nel modo che l'uccello quanto alla vispezza e alla mobilità di fuori, ha col fanciullo una manifesta similitudine; così nelle qualità dell'animo dentro, ragionevolmente è da credere che lo somigli. I beni della quale età se fossero comuni alle altre, e i mali non maggiori in queste che in quella; forse l'uomo avrebbe cagione di portare la vita pazientemente. A parer mio, la natura degli uccelli, se noi la consideriamo in certi modi, avanza di perfezione quelle degli altri animali. Per maniera di esempio, se consideriamo che l'uccello vince di gran lunga tutti gli altri nella facoltà del vedere e dell'udire, che secondo l'ordine naturale appartenente al genere delle creature animate, sono i sentimenti principali; in questo modo seguita che la natura dell'uccello sia cosa più perfetta che sieno le altre nature di detto genere. Ancora, essendo gli altri animali, come è scritto di sopra, inclinati naturalmente alla quiete, e gli uccelli al moto; e il moto essendo cosa più viva che la quiete, anzi consistendo la vita nel moto, e gli uccelli abbondando di movimento esteriore più che veruno altro animale; e oltre di ciò, la vista e l'udito, dove essi i eccedono tutti gli altri, e che maggioreggiano tra le loro potenze, essendo i due sensi più particolari ai viventi, come anche più vivi e più mobili, tanto in se medesimi, quanto negli abiti e altri effetti che da loro si producono nell'animale dentro e fuori; e finalmente stando le altre cose dette dinanzi; conchiudesi che l'uccello ha maggior copia di vita esteriore e interiore, che non hanno gli altri animali. Ora, se la vita è cosa più perfetta che il suo contrario, almeno nelle creature viventi; e se perciò la maggior copia di vita è maggiore perfezione; anche per questo modo seguita che la natura degli uccelli sia più perfetta. Al qual proposito non è da passare in silenzio che gli uccelli sono parimente acconci a sopportare gli estremi del freddo e del caldo; anche senza intervallo di tempo tra l'uno e l'altro: poiché veggiamo spesse volte, che da terra, in poco più che un attimo, si levano su per l'aria insino a qualche parte altissima, che è come dire a un luogo smisuratamente freddo; e molti di loro, in breve tempo, trascorrono volando diversi climi.
In fine, siccome Anacreonte desiderava potersi trasformare in ispecchio per esser mirato continuamente da quella che egli amava, o in gonnellino per coprirla, o in unguento per ungerla, o in acqua per lavarla, o in fascia, che ella se lo stringesse al seno, o in perla da portare al collo, o in calzare, che almeno ella lo premesse col piede; similmente io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita.
Giacomo Leopardi
Amelio filosofo solitario, stando una mattina di primavera, co' suoi libri, seduto all'ombra di una sua casa in villa, e leggendo; scosso dal cantare degli uccelli per la campagna, a poco a poco datosi ad ascoltare e pensare, e lasciato il leggere; all'ultimo pose mano alla penna, e in quel medesimo luogo scrisse le cose che seguono.
Sono gli uccelli naturalmente le più liete creature del mondo. Non dico ciò in quanto se tu li vedi o gli odi, sempre ti rallegrano; ma intendo di essi medesimi in sé, volendo dire che sentono giocondità e letizia più che alcuno altro animale. Si veggono gli altri animali comunemente seri e gravi; e molti di loro anche paiono malinconici: rade volte fanno segni di gioia, e questi piccoli e brevi; nella più parte dei loro godimenti e diletti, non fanno festa, né significazione alcuna di allegrezza; delle campagne verdi, delle vedute aperte e leggiadre, dei soli splendidi, delle arie cristalline e dolci, se anco sono dilettati, non ne sogliono dare indizio di fuori: eccetto che delle lepri si dice che la notte, ai tempi della luna, e massime della luna piena, saltano e giuocano insieme, compiacendosi di quel chiaro, secondo che scrive Senofonte. Gli uccelli per lo più si dimostrano nei moti e nell'aspetto lietissimi; e non da altro procede quella virtù che hanno di rallegrarci colla vista, se non che le loro forme e i loro atti, universalmente, sono tali, che per natura dinotano abilità e disposizione speciale a provare godimento e gioia: la quale apparenza non è da riputare vana e ingannevole. Per ogni diletto e ogni contentezza che hanno, cantano; e quanto è maggiore il diletto o la contentezza, tanto più lena e più studio pongono nel cantare. E cantando buona parte del tempo, s'inferisce che ordinariamente stanno di buona voglia e godono. E se bene è notato che mentre sono in amore, cantano meglio, e più spesso, e più lungamente che mai; non è da credere però, che a cantare non li muovano altri diletti e altre contentezze fuori di queste dell'amore. Imperocché si vede palesemente che al dì sereno e placido, cantano più che all'oscuro e inquieto: e nella tempesta si tacciono, come anche fanno in ciascuno altro timore che provano; e passata quella, tornano fuori cantando e giocolando gli uni cogli altri. Similmente si vede che usano di cantare in sulla mattina allo svegliarsi; a che sono mossi parte dalla letizia che prendono del giorno nuovo, parte da quel piacere che è generalmente a ogni animale sentirsi ristorati dal sonno e rifatti. Anche si rallegrano sommamente delle verzure liete, vallette fertili, delle acque pure e lucenti, del paese bello. Nelle quali cose è notabile che quello che pare ameno e leggiadro a noi, quello pare anche a loro; come si può conoscere dagli allettamenti coi quali sono tratti alle reti o alle panie, negli uccellari e paretai. Si può conoscere altresì dalla condizione di quei luoghi alla campagna, nei quali per l'ordinario è più frequenza di uccelli, e il canto loro assiduo e fervido. Laddove gli altri animali, se non forse quelli che sono dimesticati e usi a vivere cogli uomini, o nessuno o pochi fanno quello stesso giudizio che facciamo noi, dell'amenità e della vaghezza dei luoghi. E non è da maravigliarsene: perocché non sono dilettati se non solamente dal naturale. Ora in queste cose, una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura. Dicono alcuni, e farebbe a questo proposito, che la voce degli uccelli è più gentile e più dolce, e il canto più modulato, nelle parti nostre, che in quelle dove gli uomini sono selvaggi e rozzi; e conchiudono che gli uccelli, anco essendo liberi, pigliano alcun poco della civiltà di quegli uomini alle cui stanze sono usati.
O che questi dicano il vero o no, certo fu notabile provvedimento della natura l'assegnare a un medesimo genere di animali il canto e il volo; in guisa che quelli che avevano a ricreare gli altri viventi colla voce, fossero per l'ordinario in luogo alto; donde ella si spandesse all'intorno per maggiore spazio, e pervenisse a maggior numero di uditori. E in guisa che l'aria, la quale si è l'elemento destinato al suono, fosse popolata di creature vocali e musiche. Veramente molto conforto e diletto ci porge, e non meno, per mio parere, agli altri animali che agli uomini, l'udire il canto degli uccelli. E ciò credo io che nasca principalmente, non dalla soavità de' suoni, quanta che ella si sia, né dalla loro varietà, né dalla convenienza scambievole; ma da quella significazione di allegrezza che è contenuta per natura, sì nel canto in genere, e sì nel canto degli uccelli in ispecie. Il quale è, come a dire, un riso, che l'uccello fa quando egli si sente star bene e piacevolmente.
Onde si potrebbe dire in qualche modo, che gli uccelli partecipano del privilegio che ha l'uomo di ridere: il quale non hanno gli altri animali; e perciò pensarono alcuni che siccome l'uomo è definito per animale intellettivo o razionale, potesse non meno sufficientemente essere definito per animale risibile; parendo loro che il riso non fosse meno proprio e particolare all'uomo, che la ragione. Cosa certamente mirabile è questa, che nell'uomo, il quale infra tutte le creature è la più travagliata e misera, si trovi la facoltà del riso, aliena da ogni altro animale. Mirabile ancora si è l'uso che noi facciamo di questa facoltà: poiché si veggono molti in qualche fierissimo accidente, altri in grande tristezza d'animo, altri che quasi non serbano alcuno amore alla vita, certissimi della vanità di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia, e privi di ogni speranza; nondimeno ridere. Anzi, quanto conoscono meglio la vanità dei predetti beni, e l'infelicità della vita; e quanto meno sperano, e meno eziandio sono atti a godere; tanto maggiormente sogliono i particolari uomini essere inclinati al riso. La natura del quale generalmente, e gl'intimi principii e modi, in quanto si è a quella parte che consiste nell'animo, appena si potrebbero definire e spiegare; se non se forse dicendo che il riso e specie di pazzia non durabile, o pure di vaneggiamento e delirio. Perciocché gli uomini, non essendo mai soddisfatti né mai dilettati veramente da cosa alcuna, non possono aver causa di riso che sia ragionevole e giusta. Eziandio sarebbe curioso a cercare, donde e in quale occasione più verisimilmente, l'uomo fosse recato la prima volta a usare e a conoscere questa sua potenza. Imperocché non è dubbio che esso nello stato primitivo e selvaggio, si dimostra per lo più serio, come fanno gli altri animali; anzi alla vista malinconico. Onde io sono di opinione che il riso, non solo apparisse al mondo dopo il pianto, della qual cosa non si può fare controversia veruna; ma che penasse un buono spazio di tempo a essere sperimentato e veduto primieramente. Nel qual tempo, né la madre sorridesse al bambino, né questo riconoscesse lei col sorriso, come dice Virgilio. Che se oggi, almeno dove la gente è ridotta a vita civile, incominciano gli uomini a ridere poco dopo nati; fannolo principalmente in virtù dell'esempio, perché veggono altri che ridono. E crederei che la prima occasione e la prima causa di ridere, fosse stata agli uomini la ubbriachezza; altro effetto proprio e particolare al genere umano. Questa ebbe origine lungo tempo innanzi che gli uomini fossero venuti ad alcuna specie di civiltà; poiché sappiamo che quasi non si ritrova popolo così rozzo, che non abbia provveduto di qualche bevanda o di qualche altro modo da inebbriarsi, e non lo soglia usare cupidamente. Delle quali cose non è da maravigliare; considerando che gli uomini, come sono infelicissimi sopra tutti gli altri animali, eziandio sono dilettati più che qualunque altro, da ogni non travagliosa alienazione di mente, dalla dimenticanza di se medesimi, dalla intermissione, per dir così, della vita; donde o interrompendosi o per qualche tempo scemandosi loro il senso e il conoscimento dei propri mali, ricevono non piccolo benefizio. E in quanto al riso, vedesi che i selvaggi, quantunque di aspetto seri e tristi negli altri tempi, pure nella ubbriachezza ridono profusamente; favellando ancora molto e cantando, contro al loro usato. Ma di queste cose tratterò più distesamente in una storia del riso, che ho in animo di fare: nella quale, cercato che avrò del nascimento di quello, seguiterò narrando i suoi fatti e i suoi casi e le sue fortune, da indi in poi, fino a questo tempo presente; nel quale egli si trova essere in dignità e stato maggiore che fosse mai; tenendo nelle nazioni civili un luogo, e facendo un ufficio, coi quali esso supplisce per qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalla virtù, dalla giustizia, dall'onore e simili; e in molte cose raffrenando e spaventando gli uomini dalle male opere. Ora conchiudendo del canto degli uccelli, dico, che imperocché la letizia veduta o conosciuta in altri, della quale non si abbia invidia, suole confortare e rallegrare; però molto lodevolmente la natura provvide che il canto degli uccelli, il quale è dimostrazione di allegrezza, e specie di riso, fosse pubblico; dove che il canto e il riso degli uomini, per rispetto al rimanente del mondo, sono privati: e sapientemente operò che la terra e l'aria fossero sparse di animali che tutto dì, mettendo voci di gioia risonanti e solenni, quasi applaudissero alla vita universale, e incitassero gli altri viventi ad allegrezza, facendo continue testimonianze, ancorché false, della felicità delle cose.
E che gli uccelli sieno e si mostrino lieti più che gli altri animali, non è senza ragione grande. Perché veramente, come ho accennato a principio, sono di natura meglio accomodati a godere e ad essere felici. Primieramente, non pare che sieno sottoposti alla noia. Cangiano luogo a ogni tratto; passano da paese a paese quanto tu vuoi lontano, e dall'infima alla somma parte dell'aria, in poco spazio di tempo, e con facilità mirabile; veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime; esercitano continuamente il loro corpo; abbondano soprammodo della vita estrinseca. Tutti gli altri animali, provveduto che hanno ai loro bisogni, amano di starsene quieti e oziosi; nessuno, se già non fossero i pesci, ed eccettuati pure alquanti degl'insetti volatili, va lungamente scorrendo per solo diporto. Così l'uomo silvestre, eccetto per supplire di giorno in giorno alle sue necessità, le quali ricercano piccola e breve opera; ovvero se la tempesta, o alcuna fiera, o altra sì fatta cagione non lo caccia; appena è solito di muovere un passo: ama principalmente l'ozio e la negligenza: consuma poco meno che i giorni intieri sedendo neghittosamente in silenzio nella sua capannetta informe, o all'aperto, o nelle rotture e caverne delle rupi e dei sassi. Gli uccelli, per lo contrario, pochissimo soprastanno in un medesimo luogo; vanno e vengono di continuo senza necessità veruna; usano il volare per sollazzo; e talvolta, andati a diporto più centinaia di miglia dal paese dove sogliono praticare, il dì medesimo in sul vespro vi si riducono. Anche nel piccolo tempo che soprasseggono in un luogo, tu non li vedi stare mai fermi della persona; sempre si volgono qua e là, sempre si aggirano, si piegano, si protendono, si crollano, si dimenano; con quella vispezza, quell'agilità, quella prestezza di moti indicibile. In somma, da poi che l'uccello è schiuso dall'uovo, insino a quando muore, salvo gl'intervalli del sonno, non si posa un momento di tempo. Per le quali considerazioni parrebbe si potesse affermare, che naturalmente lo stato ordinario degli altri animali, compresovi ancora gli uomini, si è la quiete; degli uccelli, il moto.
A queste loro qualità e condizioni esteriori corrispondono le intrinseche, cioè dell'animo; per le quali medesimamente sono meglio atti alla felicità che gli altri animali. Avendo l'udito acutissimo, e la vista efficace e perfetta in modo, che l'animo nostro a fatica se ne può fare una immagine proporzionata; per la qual potenza godono tutto giorno immensi spettacoli e variatissimi, e dall'alto scuoprono, a un tempo solo, tanto spazio di terra, e distintamente scorgono tanti paesi coll'occhio, quanti, pur colla mente, appena si possono comprendere dall'uomo in un tratto; s'inferisce che debbono avere una grandissima forza e vivacità, e un grandissimo uso d'immaginativa. Non di quella immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come ebbero Dante, il Tasso; la quale è funestissima dote, e principio di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue; ma di quella ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti; e il maggiore e più fruttuoso dono di cui la natura sia cortese ad anime vive. Di modo che gli uccelli hanno di questa facoltà, in copia grande, il buono, e l'utile alla giocondità dell'animo, senza però partecipare del nocivo e penoso. E siccome abbondano della vita estrinseca, parimente sono ricchi della interiore: ma in guisa, che tale abbondanza risulta in loro benefizio e diletto, come nei fanciulli; non in danno e miseria insigne, come per lo più negli uomini. Perocché nel modo che l'uccello quanto alla vispezza e alla mobilità di fuori, ha col fanciullo una manifesta similitudine; così nelle qualità dell'animo dentro, ragionevolmente è da credere che lo somigli. I beni della quale età se fossero comuni alle altre, e i mali non maggiori in queste che in quella; forse l'uomo avrebbe cagione di portare la vita pazientemente. A parer mio, la natura degli uccelli, se noi la consideriamo in certi modi, avanza di perfezione quelle degli altri animali. Per maniera di esempio, se consideriamo che l'uccello vince di gran lunga tutti gli altri nella facoltà del vedere e dell'udire, che secondo l'ordine naturale appartenente al genere delle creature animate, sono i sentimenti principali; in questo modo seguita che la natura dell'uccello sia cosa più perfetta che sieno le altre nature di detto genere. Ancora, essendo gli altri animali, come è scritto di sopra, inclinati naturalmente alla quiete, e gli uccelli al moto; e il moto essendo cosa più viva che la quiete, anzi consistendo la vita nel moto, e gli uccelli abbondando di movimento esteriore più che veruno altro animale; e oltre di ciò, la vista e l'udito, dove essi i eccedono tutti gli altri, e che maggioreggiano tra le loro potenze, essendo i due sensi più particolari ai viventi, come anche più vivi e più mobili, tanto in se medesimi, quanto negli abiti e altri effetti che da loro si producono nell'animale dentro e fuori; e finalmente stando le altre cose dette dinanzi; conchiudesi che l'uccello ha maggior copia di vita esteriore e interiore, che non hanno gli altri animali. Ora, se la vita è cosa più perfetta che il suo contrario, almeno nelle creature viventi; e se perciò la maggior copia di vita è maggiore perfezione; anche per questo modo seguita che la natura degli uccelli sia più perfetta. Al qual proposito non è da passare in silenzio che gli uccelli sono parimente acconci a sopportare gli estremi del freddo e del caldo; anche senza intervallo di tempo tra l'uno e l'altro: poiché veggiamo spesse volte, che da terra, in poco più che un attimo, si levano su per l'aria insino a qualche parte altissima, che è come dire a un luogo smisuratamente freddo; e molti di loro, in breve tempo, trascorrono volando diversi climi.
In fine, siccome Anacreonte desiderava potersi trasformare in ispecchio per esser mirato continuamente da quella che egli amava, o in gonnellino per coprirla, o in unguento per ungerla, o in acqua per lavarla, o in fascia, che ella se lo stringesse al seno, o in perla da portare al collo, o in calzare, che almeno ella lo premesse col piede; similmente io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita.
Giacomo Leopardi
mercoledì 14 settembre 2011
ELEGIA DEL SILENZIO
Silenzio, dove porti
il tuo cristallo appannato
di sorrisi, di parole
e singhiozzi di alberi?
Come rendi limpida, silenzio,
la rugiada del canto
e le sonore macchie
che i lontani mari
lasciano sul bianco
sereno del tuo manto?
Chi chiude le tue ferite
quando tra i campi
qualche vecchia noria
pianta il suo dardo lento
sul tuo cristallo immenso?
Dove vai se al tramonto
le campane ti feriscono
e spezzano la tua quiete
stormi di versi
e il gran mormorio d'oro
che cade sopra i monti
azzurri singhiozzando?
L'aria dell'inverno
frantuma il tuo azzurro
e taglia le tue foreste
il lamento silenzioso
di qualche fonte fredda.
Dove posi le tue mani
trovi la spina
del sorriso o il caloroso
fendente della passione.
Se procedi verso gli astri
il solenne cinguettio
degli azzurri uccelli
rompe il grande equilibrio
del tuo teschio nascosto.
Se fuggi il suono
sei suono lo stesso,
spettro di armonia,
fumo di grido e canto.
Vieni per dirci
nelle notti scure
la parola infinita
senza alito e labbra.
Trafitto di stelle
e maturo di musica,
dove porti, silenzio,
il tuo dolore extraumano,
dolore di prigioniero
della ragnatela melodica,
la tua sacra sorgente
cieca ormai per sempre?
Torbide di pensiero
le tue onde oggi trascinano
la cenere sonora
e il dolore del passato.
Gli echi delle grida
che svanirono per sempre.
Il tuono remoto
del mare, mummificato.
Se Jehova dorme
sali al tuo trono splendente,
spezzagli sulla testa
una stella spenta,
e smettila una volta per tutte
con l'eterna musica,
l'armonia sonora
di luce, e intanto
torna alla tua sorgente
dove nella notte eterna,
prima di Dio e del tempo,
tranquillamente nascevi.
"Un canto profondo, molto piu profondo di tutti i pozzi, di tutti i mari del mondo, ancora più profondo del cuore che oggi lo crea, della voce che oggi lo canta. E' un canto quasi infinito, viene da molto lontano attraverso gli anni, i mari e i venti del tempo, viene dal primo pianto, dal primo bacio. Il canto profondo canta sempre nella notte, non ha mattino, pomeriggio, nè montagne nè pianure, ma solo una notte vasta e profondamente stellata"
Federico García Lorca
Silenzio, dove porti
il tuo cristallo appannato
di sorrisi, di parole
e singhiozzi di alberi?
Come rendi limpida, silenzio,
la rugiada del canto
e le sonore macchie
che i lontani mari
lasciano sul bianco
sereno del tuo manto?
Chi chiude le tue ferite
quando tra i campi
qualche vecchia noria
pianta il suo dardo lento
sul tuo cristallo immenso?
Dove vai se al tramonto
le campane ti feriscono
e spezzano la tua quiete
stormi di versi
e il gran mormorio d'oro
che cade sopra i monti
azzurri singhiozzando?
L'aria dell'inverno
frantuma il tuo azzurro
e taglia le tue foreste
il lamento silenzioso
di qualche fonte fredda.
Dove posi le tue mani
trovi la spina
del sorriso o il caloroso
fendente della passione.
Se procedi verso gli astri
il solenne cinguettio
degli azzurri uccelli
rompe il grande equilibrio
del tuo teschio nascosto.
Se fuggi il suono
sei suono lo stesso,
spettro di armonia,
fumo di grido e canto.
Vieni per dirci
nelle notti scure
la parola infinita
senza alito e labbra.
Trafitto di stelle
e maturo di musica,
dove porti, silenzio,
il tuo dolore extraumano,
dolore di prigioniero
della ragnatela melodica,
la tua sacra sorgente
cieca ormai per sempre?
Torbide di pensiero
le tue onde oggi trascinano
la cenere sonora
e il dolore del passato.
Gli echi delle grida
che svanirono per sempre.
Il tuono remoto
del mare, mummificato.
Se Jehova dorme
sali al tuo trono splendente,
spezzagli sulla testa
una stella spenta,
e smettila una volta per tutte
con l'eterna musica,
l'armonia sonora
di luce, e intanto
torna alla tua sorgente
dove nella notte eterna,
prima di Dio e del tempo,
tranquillamente nascevi.
"Un canto profondo, molto piu profondo di tutti i pozzi, di tutti i mari del mondo, ancora più profondo del cuore che oggi lo crea, della voce che oggi lo canta. E' un canto quasi infinito, viene da molto lontano attraverso gli anni, i mari e i venti del tempo, viene dal primo pianto, dal primo bacio. Il canto profondo canta sempre nella notte, non ha mattino, pomeriggio, nè montagne nè pianure, ma solo una notte vasta e profondamente stellata"
Federico García Lorca
lunedì 12 settembre 2011
SEGNI
A Susanna Bombal
Verso il 1915, a Ginevra, vidi sulla terrazza di un museo un'alta campana con caratteri cinesi. Nel 1976 scrivo queste righe:
Indecifrata e sola posso essere
nell'indistinta notte una preghiera
di bronzo o la sentenza che riassume
il gusto di una vita o di una sera
o il sogno di Chuang Tzu, che tu conosci,
o una data qualunque o una parabola
o un gran sovrano, adesso poche sillabe,
o l'universo o il tuo segreto nome
o quell'enigma che hai indagato invano
lungo il corso del tempo e dei suoi giorni.
Posso esser tutto. Lasciami nell'ombra.
Jorge Luis Borges
sabato 10 settembre 2011
mercoledì 7 settembre 2011
domenica 4 settembre 2011
LA PAROLA PERDUTA
Non solo il linguaggio ma le parole tutte, per uniche che ci appaiano, per sole che vadano e per inattesa che sia la loro comparsa, alludono a una parola perduta, come si sente e si sa all'improvviso con angoscia a volte, e in una sorta di albeggiare che palpitando la annuncia da un momento all'altro. E la si sente anche pulsare nel fondo della respirazione stessa, del cuore che la custodisce, garanzia di ciò che la speranza non riesce a immaginare. E nella stessa gola, in atto di sbarrare íl passo con la sua presenza alla parola in procinto di uscirne. Quella porta che l'alba chiude nel momento in cui si apre. L'amore che non arriva mai, che viene meno sul filo dell'aurora, l'inafferrabile che si separa da quelli che si accingono a morire o stanno già morendo, e che lottano – tormento dell'agonia – per lasciarla qui e diffonderla quando non gli è più possibile farlo. La parola che se ne va con la morte violenta, e quella che sentiamo che la precede come guida, la guida di quelli che, alfine, possono morire.
Perduta la parola unica, segreto dell'amore divino-umano. E non si riferiranno per caso ad essa quelle parole privilegiate a stento udibili come mormorìo di colomba:
Direte che mi sono perduta,
Che, andando innamorata,
Mi persi a bella posta e fui trovata?
Maria Zambrano
Non solo il linguaggio ma le parole tutte, per uniche che ci appaiano, per sole che vadano e per inattesa che sia la loro comparsa, alludono a una parola perduta, come si sente e si sa all'improvviso con angoscia a volte, e in una sorta di albeggiare che palpitando la annuncia da un momento all'altro. E la si sente anche pulsare nel fondo della respirazione stessa, del cuore che la custodisce, garanzia di ciò che la speranza non riesce a immaginare. E nella stessa gola, in atto di sbarrare íl passo con la sua presenza alla parola in procinto di uscirne. Quella porta che l'alba chiude nel momento in cui si apre. L'amore che non arriva mai, che viene meno sul filo dell'aurora, l'inafferrabile che si separa da quelli che si accingono a morire o stanno già morendo, e che lottano – tormento dell'agonia – per lasciarla qui e diffonderla quando non gli è più possibile farlo. La parola che se ne va con la morte violenta, e quella che sentiamo che la precede come guida, la guida di quelli che, alfine, possono morire.
Perduta la parola unica, segreto dell'amore divino-umano. E non si riferiranno per caso ad essa quelle parole privilegiate a stento udibili come mormorìo di colomba:
Direte che mi sono perduta,
Che, andando innamorata,
Mi persi a bella posta e fui trovata?
Maria Zambrano
venerdì 2 settembre 2011
NON MIO
Fingere tutta la vita che il loro sia il mio mondo,
e sapere quanto infamante sia tale finzione.
E tuttavia che fare? Se mi mettessi a urlare
e a profetare, nessuno sentirebbe.
Non a questo servono i loro microfoni, gli schermi.
Altri simili a me vagano per le strade
e parlano da soli. Dormono al parco, sopra una panchina,
o nei sottopassaggi, sull’asfalto. Troppo poche le carceri
per rinchiudervi tutti i poveri del mondo.
Sorrido e taccio. Ormai sono al sicuro.
Sedermi a un tavolo di eletti – questo mi riesce bene.
Czesław Miłosz
Fingere tutta la vita che il loro sia il mio mondo,
e sapere quanto infamante sia tale finzione.
E tuttavia che fare? Se mi mettessi a urlare
e a profetare, nessuno sentirebbe.
Non a questo servono i loro microfoni, gli schermi.
Altri simili a me vagano per le strade
e parlano da soli. Dormono al parco, sopra una panchina,
o nei sottopassaggi, sull’asfalto. Troppo poche le carceri
per rinchiudervi tutti i poveri del mondo.
Sorrido e taccio. Ormai sono al sicuro.
Sedermi a un tavolo di eletti – questo mi riesce bene.
Czesław Miłosz
Iscriviti a:
Commenti (Atom)












