domenica 30 agosto 2009



Scrivere, talvolta per dimenticare.


Da quando medito e osservo, come posso, ho notato che in nulla gli uomini conoscono la verità o, vivendola, concordano su cosa sia veramente supremo o utile nella vita. La scienza più esatta è la matematica, che vive nella clausura delle sue stesse regole e leggi; certamente la sua applicazione serve a chiarire altre scienze, ma chiarisce ciò che queste scoprono, non aiuta a scoprire. Nelle altre scienze non è sicuro e accettato se non ciò che non ha nessun peso ai fini supremi della vita. La fisica conosce quale sia la vera meccanica della costruzione del mondo. E quanto più saliamo in ciò che desidereremmo conoscere, tanto più scendiamo in ciò che sappiamo. La metafisica, che sarebbe la guida suprema perché essa e soltanto essa si indirizza verso i fini supremi della verità e della vita- questa non è teoria scientifica, ma solamente un mucchio di mattoni che creano, in queste o in quelle mani, casi di nessuna forma che nessuna malta riesce a legare.
Noto, anche, che tra la vita degli uomini e quella degli animali non c’è altra differenza se non quella maniera in cui si ingannano o si ignorano. Gli animali non sanno quello che fanno: nascono, crescono, vivono, muoiono senza il pensiero, la riflessione vera o la vera percezione del futuro. Ma quanti uomini vivono in modo differente dagli animali? Dormiamo tutti, e la differenza sta solo nei nostri sogni e nel grado e qualità del sognare. Forse la morte viene a destarci, ma anche a questo non c’è risposta se non quella della fede, per coloro i quali credere è avere; quella della speranza, per coloro i quali desiderare è possedere; quella della carità, per coloro i quali dare è ricevere.
Piove, in questo freddo pomeriggio di inverno triste, come se avesse piovuto, così monotonamente, dalla prima pagina del mondo. Piove, e i miei sentimenti, come sottomessi alla pioggia, riempiono il loro sguardo inanimato verso il suolo della città, dove scorre un’acqua che non alimenta niente, non lava niente, non rallegra niente. Piove e io sento improvvisamente l’oppressione immensa di essere un animale che non sa ciò che è, che sogna il pensiero e l’emozione, raccolto, come in un tugurio, in una regione spaziale dell’essere, contento di un po’ di calore come di una verità eterna.

F. Pessoa – Il libro dell’inquietudine


LA PAURA DEL DIVERSO

Scrive Jean-Jacques Rousseau: “Spesso confondiamo l’uomo con gli uomini che abbiamo sotto gli occhi. Sappiamo assai bene cos’è un borghese di Londra e di Parigi, ma non sapremo mai cos’è l’uomo.”

Spesso la gente si indigna per le attenuanti che i giudici concedono ai nostri condannati. Li capisco. Guardano solo il fatto in sé e per sé. Ma i fatti sono compiuti da uomini ch sono cresciuti in certe condizioni e non altre. E non tener conto di queste circostanze significa ritornare a quella sorta di primitivismo che non prende in considerazione quanto la psicologia, la psichiatria, la psicanalisi e anche la sociologia, da due secoli a questa parte, hanno cercato di insegnarci. E poi, con questo rifiuto di conoscenze, pretendiamo di ritenerci più civili di quelle popolazioni del mondo, i cui regimi no prestano la minima attenzione a queste competenze?
Coloro che rifiutano le attenuanti a chi per ragioni culturali, biografiche, ambientali è diverso da noi, di fatto rifiutano qualcosa di più di una riduzione della pena. Essi rifiutano il reciproco riconoscimento, che non è l’assimilazione che dice: “Tu sei uomo come noi, dunque non ti resta che sollevarti al nostro modo di essere”, e neppure la tanto invocata integrazione che priva l’altro della sua alterità e quindi del costitutivo della sua identità. Essi rifiutano il sostegno di alterità, che evita agli uomini che vengono da terre diverse, con tradizioni culturali, religiose, sociologiche e persino psicologiche differenti, di precipitare nella somma indifferente delle identità puramente accostate e rese esangui nel loro potenziale creativo.
Per comprendere davvero chi è diverso da noi occorre che ci facciamo carico della sua sorte. Come? Guardando le nostre leggi, i nostri tribunali, la nostra costituzione, il nostro Stato, la nostra patria dal di fuori, come stranieri a nostra volta. Solo allora possiamo capire in che senso i nostri valori possono essere per lo straniero una prigionia e i suoi possono essere per noi inaccettabili. Se questa operazione riesce, scrive Barbara Spinelli in Ricordati che eri straniero (edizioni Oiqajon, Comunità di Bose) “ Grazie allo straniero siamo portati a chiederci, forse per la prima volta, chi siamo che cosa vogliamo, da dove veniamo. E per effetto di questa domanda siamo portati a trasformarci”.
Del resto ogni volta che allontaniamo il problema della divesità, confermiamo la nostra paura del diverso, che è poi la paura di quel diverso che ciascuno di noi è per sé stesso, e da cui ogni giorno strenuamente ci difendiamo per mantenere la nostra identità. Per questo parallelismo che esiste tra il diverso e chi ci abita e il diverso che incontriamo per strada, potremo porci la domanda che Pier Aldo Rovatti si pone in La follia, in poche parole (Bompiani): “ Dimmi chi sono per te i diversi e come li escludi, e ti dirò chi sei”.
Perché, invece di conoscerci attraverso tanti processi di interiorizzazione, a cui ci ha educato prima la religione e poi la psicologia, non percorriamo quell’altra strada che ci fa conoscere attraverso la relazione che abbiamo con gli altri. In fondo l’uomo è un “animale sociale”. Così almeno diceva Aristotele. Che ne abbiamo fatto di questo aggettivo che caratterizza la condizione umana?

da “La Repubblica delle Donne” di U. Galimberti

sabato 22 agosto 2009




Il ritorno dal viaggio

Le 7,45, la chiave nel blocchetto d’accensione, basta un giro ed il motore s’avvia. Nel bagagliaio la valigia, carica del migliore guardaroba, un borsone da viaggio, con scarpe ed accessori utili per la breve vacanza.
L’estate mattutina è già carica di luce. Ha inizio così quel tempo desiderato, quello spazio di vita da regalarsi, il tempo del sé, nell’ardore di esserci e di fare. Le strade si aprono, il traffico dei vacanzieri agostani non disturba: sono molte centinaia di chilometri da percorrere, senza fretta, nel regalo di un viaggio che apre nuovi orizzonti, nuovi luoghi, nuove spazi, nuove speranze. Si parte per giungere alla meta, ma è il viaggio colui che ci conduce, è il viaggio lo spostamento vero che si muove in noi, e la magia di quello spazio-tempo è data dalla velocità di percorso, nella sua lentezza per inossidarlo ai nostri occhi, nell’ osservazione di ciò che si tramuta.
Vivo un intervallo, ogni aspettativa avrà un suo sapore, ogni gioia sarà benaccolta, ogni delusione lascerà un segno: tuttavia vivo, perché ho bisogno di farlo, per non accogliere solo passività, perché la vita non dev’essere solo avara, perché questo ritorno dal viaggio mi ha insegnato che i sogni, comunque vadano, si possono realizzare, solo e attraverso il loro cammino.

lunedì 6 luglio 2009


L'ANTICOSTITUZIONALITA'

DEL GOVERNO ITALIANO


Prima di tutto, occorre denunciare che Berlusconi e la Lega con l’approvazione del decreto sicurezza si sono assunti la responsabilità di sancire la definitiva acquisizione nel nostro ordinamento giuridico di forme di razzismo istituzionale. Ma con altrettanta chiarezza va detto che tanti altri in questi anni hanno contribuito a costruire quel clima politico culturale che ha reso possibile tutto ciò. Si tratta di quei tanti politici e opinionisti, di tutte le parti politiche, che in questi anni hanno alimentato le paure delle persone nei confronti dei migranti non avendo il coraggio di provare ad arginare il fiume di cattiveria e xenofobia che andava montando nel nostro Paese nel timore di perder consenso e lettori.
Il ddl sicurezza, nasce da tale deriva e si basa su un’ipotesi di società che è quanto di più lontano si possa immaginare da quella cultura della “cura” che aveva fatto nel nostro Paese uno dei più avanzati al mondo in termini di legislazione in materia di diritti umani e civili. Il reato d’immigrazione clandestina che trasforma uomini e donne in criminali non per i loro comportamenti ma per la loro condizione umana; l’allungamento dei tempi di detenzione nei centri di identificazione ed espulsione di persone che non hanno commesso nessun crimine; la violenza inaccettabile della norma che impedisce ad una madre di riconoscere il proprio bambino o la propria bambina solo perché irregolare sono scelte legislative che offendono la nostra storia e la nostra Costituzione.
Il ddl sicurezza, ancora, rende sempre più deboli e ricattabili i lavoratori e le lavoratrici migranti, aumentando l’asimmetria di potere a favore dei datori di lavoro. Infatti, quale immigrato o immigrata potrà contrattare retribuzioni, orari di lavoro, trattamento sapendo che se perde il lavoro, oltre al reddito rischia, dopo poco tempo, di essere considerato criminale?
Nei fatti, migliaia di persone saranno negate nella loro esistenza. Non persone, perché le persone creano problemi, vogliono essere rispettate, hanno aspettative e sogni, ma solo forza lavoro per altro necessaria e indispensabile all’economia del nostro Paese e per curare e accudire i nostri anziani
Ma il ddl sicurezza non colpisce solo i migranti e le loro famiglie ma tutti noi. Spinge l’insieme della nostra società in un baratro pericoloso e ingiusto. Una società dove gli interessi corporativi e il controllo sugli altri diventano la base dei processi identitari; dove la rappresentazione dei fenomeni sociali diventa più importante dei fenomeni stessi; dove la violenza diventa regolatrice delle relazioni umane; dove gli ultimi e i senza voce sono trasformati in merce o in “nemici opportuni”.
Di fronte a tutto questo, non possiamo più limitarci alla sola indignazione. Stare in silenzio non ha senso e in qualche modo assume una valenza di complicità. Abbiamo il dovere diritto di dichiarare la nostra opposizione.
Per questo, per affossare e superare il ddl sicurezza e necessario, da subito, lavorare in due direzioni. Da un lato dobbiamo nei nostri luoghi di vita, di lavoro, di relazione provare a rompere il perverso rapporto tra gli “imprenditori della paura” e gli spaventati. D’altra parte dobbiamo costruire spazi e interventi che provino ad arginare tale deriva, a costruire alternative, a praticare modelli di comunità accoglienti, capaci di riconoscere e valorizzare le differenze, in grado di essere più sicuri perché più giusti e solidali
Per capire come provare a contrastare l’ondata di inciviltà, cattiveria e razzismo che ci sta sommergendo, per trovare insieme forme di disobbedienza, civile, democratica e nonviolenta, per interrogare la politica e le istituzioni locali rispetto alla possibilità di approvare norme regionali che restituiscano diritti e dignità alle persone migranti, insieme ad altri e ad altre abbiamo provato a costruire un primo momento di incontro, lunedì 6 luglio alle ore 17 alla Cgil in Via Torino

Andrea Morniroli – cooperativa sociale Dedalus Napoli
pubblicato su Repubblica Napoli 6 luglio 2009

domenica 5 luglio 2009



POLITICA E SOCIETA’

Il nostro illustre Professore, come sempre, sa cogliere ed analizzare, con poche parole e al meglio, la società del nostro tempo. La riflessione fa uno spiccio ma oggettivo riscontro di quanto oggi si discuta sulla possibilità di spazi che viene lasciata ai cosiddetti “giovani”. In un paese costituito anagraficamente da persone sempre più vecchie, in cui la crescita della natalità corrisponde quasi allo zero, diventa scontato e, disgraziatamente ovvio, circoscrivere lo spazio di azione dei giovani- ultratrentenni, relegandoli ad eterni adolescenti..che “quando sbagliano devono venire perdonati” in quanto giovani!
Buona lettura.

Negli anni cinquanta e sessanta la nostra popolazione era fatta di padri e figli. I pochi nonni in circolazione facevano i nonni. Oggi, grazie alla medicina e al miglioramento delle condizioni di vita ci sono non due, ma tre generazioni: i settantenni e gli ottantenni che ancora detengono il potere e che hanno come interlocutori i sessantenni e i cinquantenni. Esclusa resta quella che ormai possiamo chiamare la terza generazione, ossia i figli dei padri e dei nonni, che sono poi i giovani del nostro tempo, che tali vengono considerati anche a trenta e quarant’anni dal mondo della ricerca, delle amministrazioni, del lavoro e del mercato. Questi giovani nessuno li vede, nessuno li chiama in causa, al massimo vengo parcheggiati all’università, negli stage, nel precariato e, per dirla tutta, nell’insignificanza sociale. Per questo i giovani vivono di notte, perché di giorno si sentono superflui.
Se a questo si aggiunge che i padri, metaforicamente intesi come generazione dei cinquantenni e dei sessantenni, temono i giovani, che hanno per natura un potenziale di forza biologica, sessuale, ideativa maggiore dei padri. Se addirittura detti padri fanno a gara per assomigliare, pateticamente, ai giovani, senza peraltro occuparsi seriamente di loro, perché la loro attenzione è rivolta ai “nonni” che ancora detengono il potere, e rispetto ai quali padri sono divorati dall’ansia di poter loro succedere, viene da chiedersi: che futuro può avere la nostra società.
Il miglioramento delle condizioni di vita e la medicina hanno qundi creato, rispetto agli anni cinquanta e sessanta, una terza generazione, quella dei nonni, a cui non auguro naturalmente di morire, ma semplicemente di congedarsi dalle posizioni di potere per occuparsi di tutto quello di cui non si sono occupati per tutta la vita. Ossia di se stessi e del mondo dei loro affetti, evitando che le forze biologicamente e ideativamente più forti non abbiano a languire nell’inedia e nella mancata procreazione che, a quanto pare, è assolutamente impossibile senza basi economiche e rassicuranti prospettive per il futuro. E questo checché ne dicano i movimenti per la vita, dal momento che la vita non può prescindere dalle condizioni socio-economiche della società in sui si vive. E da noi queste condizioni sono sequestrate dai nonni e dai padri. E i figli che fanno? Aspettano “perché intanto sono giovani”?
U. Galimberti

da “La Repubblica delle Donne” del 4 luglio 2009

domenica 14 giugno 2009



Questo, a parer mio, dev'essere il modo nuovo di vedere la politica e del far politica, servirebbero più umiltà e passione vera.

da EUROPA- del 10 giugno 2009

La strada verde dei nuovi riformisti


Poche storie, abbiamo perso le elezioni. Il Pd è sotto di 4 milioni di voti rispetto al risultato di dodici mesi fa, rimane il primo partito solo in due regioni su venti, è sconfitto in un discreto numero di province e comuni dove il centrodestra non governava da lungo tempo. Questo dato negativo si accompagna con una seconda evidenza, essa invece incoraggiante: il fallimento dei propositi berlusconiani di ottenere dal voto un plebiscito personale.
Il duplice segno dell’esito elettorale espone il nostro partito ad un grande rischio: che la soddisfazione per il mancato sfondamento del Pdl, in sé più che legittima, ci faccia trascurare o peggio rimuovere quell’altra verità: dopo un anno di governo e malgrado l’insufficienza delle risposte anti-crisi e le cadute di prestigio e d’immagine del premier, il centrodestra non perde consensi (in percentuale), mentre nel campo della vecchia Unione il Pd s’indebolisce a vantaggio sia dell’Italia dei Valori che delle sinistre radicali. Il progetto del Partito democratico è in crisi, la nostra “vocazione maggioritaria” vacilla persino nelle tradizionali roccaforti della sinistra italiana.
O la discussione in vista del congresso prenderà di petto questa difficoltà innegabile oppure la crisi si avviterà in un precoce, inarrestabile declino di quella che è stata e che resta una grande speranza: dare vita in Italia ad un forte, moderno partito riformista.
Una lettura pure approssimativa del voto europeo può aiutare, intanto, a capire quale strada debba imboccare il Pd. Il centrosinistra è in difficoltà quasi dappertutto, il centrosinistra è sempre meno socialista. Sono queste le due principali costanti del risultato elettorale in Europa. Nel nuovo parlamento di Strasburgo le forze catalogabili di centrosinistra peseranno un po’ meno sul totale, e parecchio di meno peseranno i socialisti: anzi, per la prima volta il campo riformista non vedrà una netta maggioranza socialista (circa 160 i parlamentari socialisti, più di 150 tra verdi, liberaldemocratici e democratici italiani). Le due tendenze sono tra loro intrecciate: i partiti socialisti faticano a rimanere competitivi come forze maggioritarie d’alternativa ai conservatori, e in molti casi una quota crescente di elettori sceglie offerte riformiste che si collocano al di fuori della storia e dell’identità socialista. È così in Francia, dove Europe-Ecologie di Cohn-Bendit con il suo clamoroso 16% da una parte e il Modem di Bayrou (sebbene in flessione) dall’altra conquistano più voti del Partito socialista. È così in Germania, con i Verdi che ritornano ai loro massimi storici.
È così in Gran Bretagna, dove Verdi e Liberali ottengono insieme più seggi dei Laburisti.
Naturalmente ognuna di queste situazioni ha cause in parte specifiche, legate ai singoli contesti nazionali, ma non c’è dubbio che tutte quante rispondano anche a una dinamica generale. Nell’Europa del XXI secolo l’equazione “socialista uguale riformista” – lo ricordava ieri questo giornale – non vale più. Perché ci sono problemi e temi nuovi – l’ambiente, la necessità di passare dal welfare dell’egualitarismo a quello delle pari opportunità, la frammentazione sociale, oggi una crisi economica di sistema che chiede risposte originali – i quali mettono duramente alla prova, e più di una volta mettono in crisi, l’abito mentale della tradizione socialista.
Il Partito democratico ha l’occasione storica di guidare la ricerca e la costruzione di un riformismo calato nello spirito dei tempi.
Non è un partito socialista, non hanno una storia socialista (con rare eccezioni) la sua base, i suoi quadri, i suoi dirigenti. E questo che per lungo tempo è parso un punto debole del riformismo italiano, ora può essere la sua forza, il suo principale valore aggiunto.
Può consentirgli, per esempio, di innalzare la bandiera dell’ambientalismo politico, in Italia resa inservibile dal minoritarismo dei nostri Verdi ma che in Europa, nel mondo – Obama docet – non è mai stata così essenziale ad un progetto riformista popolare e vincente.
L’ambiente è un territorio cruciale per dare nuovo slancio, nuovo respiro, nuova freschezza al segreto del successo di ogni riformismo: offrire la politica come mezzo per migliorare la vita di ciascuno e anche, però, per migliorare il mondo, per renderlo più giusto.
L’ambiente come green revolution, per creare sviluppo e al tempo stesso scongiurare il collasso climatico; l’ambiente come radicamento degli individui e delle comunità nei loro “luoghi”; l’ambiente come metafora delle risorse più preziose su cui l’Italia può contare, dal paesaggio all’alta qualità umana e territoriale che dà alimento al made in Italy: risorse largamente immateriali e perciò stesso “ecologiche”.
Insomma, rispetto alla gran parte dei partiti riformisti europei il Pd è molto più libero di dare forma e corpo a un’identità riformista mescolata e rinnovata, perché ha molto meno da perdere del suo passato. Ma deve decidere in fretta che questa sia la sua rotta, prima che una pigra inerzia lo sospinga a costruirsi come condominio di due vicende storiche – la neo-comunista, la cattolico-democratica – certamente nobili e ricche e però ancora più statiche, più sclerotiche di quella del socialismo europeo. Serve insomma un Partito democratico fedele alla sua ispirazione originaria di rottura, di “rivoluzione” degli equilibri pre-esistenti nel campo progressista; un partito non di ex, non di reduci e nostalgici, un partito che trovi finalmente il coraggio di assomigliare – nei suoi gruppi dirigenti, nei suoi amministratori – agli oltre tre milioni di cittadini che meno di due anni fa votarono per la sua nascita e che in grande maggioranza non si sentivano né post-comunisti né post-democristiani.
Questa è la vera posta in gioco del congresso. Convincere noi stessi di essere nati per dare corpo a una grande forza riformista come l’Italia non ha mai avuto, una forza con i piedi, la testa e il cuore nel presente e nel futuro.
E darci una leadership – magari di storia non democristiana e non comunista: perché non ambientalista? – che sia all’altezza del compito e sufficientemente forte nell’investitura per liberarsi dal controllo soffocante di capicorrente e capibastone. Solo così il Partito democratico potrà diventare agli occhi degli italiani un’alternativa credibile alla destra più inquietante, ma anche più popolare, che ci sia in Europa.

Roberto Della Seta e Francesco Ferrante

giovedì 11 giugno 2009


TRIBUTO ALLA POLITICA

«Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita» (Enrico Berlinguer)

Oggi l'Unità, dopo venticinque anni dalla sua morte, dedica uno speciale ad Enrico Berlinguer. L'analisi storico-politica fatta nell'articolo di cui sotto, ne dà una chiara collocazione temporale dell'epoca e di quella attuale. Buona lettura.

Una nuova democrazia in un'Italia diversa
di Alfredo Reichlin

Dalla morte di Enrico Berlinguer è passato un quarto di secolo, e da allora tutto è cambiato: il mondo. Del comunismo si è sbiadito perfino il ricordo e l’ethos del paese è dominato da idee, culture, modi di vivere rispetto ai quali quell’uomo schivo che invocava l’austerità e che chiedeva ai giovani del suo partito di sottomettersi alla dura disciplina «dell’arido studio», sembrerebbe un alieno. Perché allora torniamo a parlarne? La verità è che – come sempre per certi anniversari - sono i problemi di oggi che ci interrogano.(...)

Berlinguer è stato l’emblema di un nodo fondamentale della storia italiana, affrontato consapevolmente (i suoi amici possono testimoniarlo) ma non risolto: quel peculiare sistema italiano quale era stato edificato dopo la Resistenza e la Costituzione e via via si era sviluppato durante la guerra fredda in un complesso gioco di equilibri interni e internazionali. Una democrazia incompiuta la quale però aveva garantito il progresso del paese. Il Berlinguer che oggi torna ad occupare i nostri pensieri assume la responsabilità della segreteria comunista come un duro dovere e in nome del rifiuto di ogni mito (iniziò citando il Machiavelli che esorta a non almanaccare su «repubbliche che non esistono»).

Ma egli era animato da una profonda convinzione: tornare a pensare la politica in funzione del fatto che le fondamenta dello Stato non si erano consolidate e che quindi ciò che era necessario non erano riforme dall’alto ma una seconda tappa di quella autentica rivoluzione democratica che tra il ’43 e il ’46 aveva trasformato l’Italietta sabauda e fascista nell’Italia repubblicana. A me sembra che stia qui il punto su cui bisognerebbe tornare a riflettere. Perché questo non era il segno del suo anacronismo ma di un problema italiano tuttora cruciale: parlo del bisogno di una politica concepita come strumento di un nuovo protagonismo delle masse sub-alterne.

Non sto parlando di movimenti di protesta ma di un vasto disegno politico basato su una diversa combinazione delle forze storiche, della formazione di un blocco culturale, dell’idea di porre la difesa e lo sviluppo della democrazia su una base più solida, su un nuovo rapporto tra dirigenti e diretti. Questo era il suo tema. Ma se di questo si trattava, era del tutto evidente che egli non poteva sfuggire alla necessità di fare i conti con le ambiguità e il modo di essere del PCI quale la generazione di Togliatti ci aveva consegnato. Bisognava uscire dalla condizione di una opposizione ambiguamente collocata tra una vecchia cultura comunista alternativa al sistema e una visione nazionale (non solo di classe) dei problemi del paese volta a rendere possibile una funzione di governo.

Lo sblocco del sistema politico creato dalla guerra fredda e la fine della democrazia dimezzata non erano più separabili dall’uscire dal campo sovietico. Di qui lo strappo. E, in coerenza, la dichiarazione sulla NATO come strumento anche di garanzia per la gestione stessa della lotta democratica.(...) Io penso che Berlinguer vada giudicato in rapporto al suo disegno politico, ovvero al modo come si misurò con il problema della democrazia italiana quale in quegli anni 70 tornò a riproporsi.

Anni drammatici segnati dal fallimento del centrosinistra, dall’inflazione a due cifre, da grandi sommovimenti sociali che investivano le scuole e le fabbriche; dall’avvento su scala mondiale di una svolta conservatrice che poneva fine al compromesso tra capitalismo e democrazia, dal terrorismo che cominciava a sparare e a uccidere. Riemergeva il grande tema della «democrazia difficile» (come la chiamò Moro) cioè delle basi fragili dello Stato italiano.(...)

Un problema cruciale e per certi aspetti analogo a quello che ancora ci assilla, era davanti a noi. Parlo del venir meno delle condizioni fondamentali che avevano reso possibile quello straordinario balzo dell’economia italiana che fu «il miracolo economico» e cioè il regime tipicamente italiano dei bassi salari, milioni di contadini che abbandonavano i loro paesi e si offrivano ai cancelli delle fabbriche, cambi fissi, una domanda mondiale crescente di beni di consumo durevoli (l’auto, i frigoriferi). È tutto questo equilibrio che saltava, con l’internazionalizzazione dei mercati e il sistema politico ne fu scosso dalle fondamenta.

Si tentò la strada del centro sinistra, il ’68 e l’autunno caldo gonfiavano le nostre vele. Si creava così – è vero - una situazione nuova favorevole al PCI ma anche altamente pericolosa perché se da un lato grandi forze spingevano verso il superamento del sistema politico bloccato dall’altro riemergevano tutte le fratture della società italiana: dalle cieche resistenze delle forze reazionarie, alla mobilitazione del sovversivismo cosiddetto di sinistra. Di tutto ciò Enrico Berlinguer fu acutamente consapevole.

La sua ossessione (posso testimoniarlo) era che essendosi rotto qualcosa di molto profondo nei vecchi equilibri italiani la situazione era arrivata a quel passaggio cruciale in cui se le spinte del paese verso il cambiamento non trovavano uno sbocco politico «avremmo subito una feroce reazione del sistema». Qui sta la ragione originaria di ciò che prese il nome di compromesso storico. L’idea di fondo era che per uscire da quel dilemma occorreva una sorta di patto costituente, il quale facendo leva sull’intesa tra i grandi partiti popolari consentisse al tempo stesso una mobilitazione di vecchie e nuove potenze sociali.

Ciò che egli chiamò una seconda tappa della rivoluzione democratica. Era un progetto forte. Ma i fatti, i duri fatti, dicono che non andò a buon fine. Tuttavia la prova tragica che quella ipotesi non era campata in aria l’ha dato il fatto che Moro è stato assassinato. E la contro prova che la posta in gioco era molto più seria di un «inciucio» tra comunisti e democristiani l’ha data il fatto che, subito dopo finisce la repubblica dei partiti. La DC viene decapitata, il PSI subisce quella metamorfosi che sappiamo e il PCI viene chiuso nell’angolo senza più una capacità di incidere nei grandi processi di ristrutturazione ormai in atto (la mondializzazione, il neo-liberismo, la rivoluzione conservatrice).

Il vuoto politico che si venne a creare era grande e molto pericoloso. Si aprì la fase della lunga transizione italiana che non so se si è chiusa ancora: il lungo travaglio volto a porre su nuove basi lo sviluppo di un paese che si europeizzava. Sono passati 25 anni da allora. È finito il 900. L’URSS non c’è più. La storia del comunismo italiano è davvero storia conclusa. Perché allora parliamo ancora di Enrico Berlinguer? Sostanzialmente, io credo, perché nella sua opera c’è ancora qualcosa di politicamente operante.

Questo qualcosa – per dirla in breve e per usare il suo lessico - io credo sia il bisogno oggettivo di un pensiero più lungo che non si affidi a una nuova filosofia della storia ma sia però capace di leggere la nuova struttura del mondo che resta in gran parte sconosciuta alle mappe di cui disponiamo. In ciò sta il senso del mio ricordo: nel bisogno di un pensiero che produca senso e che ci dica dove andiamo.
10 giugno 2009

mercoledì 10 giugno 2009

RIFLESSIONI



IL CORAGGIO DI CAMBIARE

l'editoriale di Concita De Gregorio


Non ci appassiona il gioco di chi dice ha
perso l’altro dunque ho vinto io. Berlusconi
crolla dunque Fini gioisce, il candidato di
D’Alema va peggio di quello di Veltroni o
viceversa, dunque ecco chi è più forte. Le
elezioni non servono a calibrare strategie
precongressuali né ad alimentare la gara
alla leadership degli schieramenti. Omeglio
servono anche a questo ma solo di rimbalzo,
eventualmente, in terza battuta e nelle
segrete stanze. Prima e per tutto il resto del
Paese, per le persone comuni che vanno a
votare, le elezioni servono a eleggere amministratori
capaci, parlamentari degni di rappresentarci
in Italia e in Europa, eventualmente
di governare. Dovrebbe essere così
ma è diventato sempre più difficile scegliere.
È anche per questo, probabilmente, che
in così tanti non vanno più a votare. È proprio
per questo che la possibilità di esprimere
preferenze, come accade alle Europee,
dice qualcosa di fondamentale sul rapporto
fra base elettorale e classe politica. Osservate
bene i risultati. A dispetto della formazione
e della gerarchia delle liste - calibrate
ancora secondo logiche di «peso politico
interno» - inmoltissimi casi gli elettori hanno
premiato volti nuovi, persone venute dalla
politica sul territorio, candidati incapaci di
farsi portatori di decenni di diatribe personali
e reciproci rancori. Debora Serracchiani ne
è l’esempio più luminoso. Ha battuto in
preferenze il presidente del Consiglio. Nel
Pd ha superato il capolista Luigi Berlinguer,
il potente segretario del Pd emiliano Caronna.
Non è una ragazzina, è un avvocato di
quasi quarant’anni. Ha una lunga militanza
alle spalle, è stata scelta dalla base, ha vinto.
L’Italia è piena di Debore. Simona Caselli ha
superato il premier a Parma. Francesca
Barracciu lo ha battuto in Sardegna, poi non
eletta nonostante 116mila preferenze. Francesca
Balzani ha stravinto a Genova. L’Italia
custodisce centinaia di persone che sono il
Pd che l’elettorato vorrebbe: ora che è chiaro
bisognerà, la prossima volta, sceglierle
con cura, non nasconderle in fondo agli
elenchi, non strapparne la notte imanifesti,
crederci. In una bella intervista Antonio Di
Pietro dice oggi a Claudia Fusani: «Noi siamol’altra
gamba del progetto». Parla al Pd.
Parla alla sinistra. Anche a quella sinistra che
alcuni chiamano radicale. Il 6 per cento
dell’elettorato ha scelto la sinistra a sinistra
del Pd. Il cammino da fare ora è questo:
ritrovare la trama comune.
Il risultato così incerto delle amministrative
del resto parla chiaro. Persa rovinosamente
Napoli, era prevedibile ma certo l’assenza di
rinnovamento ha pesato. Perse le Marche e
l’Umbria, non è stato fatto un buon lavoro
sul territorio: le persone ci sono, basta dal
loro spazio e fiducia. Restano salde le piazze
storiche, la Toscana e l’Emilia sebbene il
giovane Renzi, cattolico della Margherita
abbia ottenuto un risultato inferiore a quello
sperato. Bisogna aspettare i dati definitivi e
poi leggere bene l’insegnamento che viene
dal voto. C’è bisogno di coraggio, Franceschini
ne ha avuto in questi primi difficili due
mesi. Ne serve altro, soprattutto adesso.
Bisogna cambiare, aprire e non chiudere,
non avere paura di misurarsi, non difendersi
in trincea. Berlusconi ha già perso.

da l'Unità 9 giugno 2009

mercoledì 3 giugno 2009





FILOSOFIA

Testo tratto dal giornalino scolastico Senza Filtro del Liceo Classico Marco Polo di Venezia.

-Quando i giovani sanno dire, senza facile pressapochismo-


SI E’ INABISSATA ATLANTIDE

Si è inabissata Atlantide, hanno scritto sui giornali, si è inabissata – spiegano ora i programmi televisivi del primo pomeriggio, mostrandoci plastici azzurrini e moderni maremoti – per la fantastica coincidenza di correnti sottomarine, di smottamenti della crosta terreste, dell’innalzamento del livello delle acque. Si è inabissata Atlantide allo stesso modo in cui sono state sommerse New Orleans e Bali, per il convergere di situazioni che siamo in grado di analizzare, classificare, confrontare, e che continuiamo però a lasciarci furiosi nella nostra angoscia da insetti.
La scienza, da cui oggi dipendiamo, è nata nel Quattrocento, da quei maghi cerusici che ci piccavano di trovare le connessioni intessute nella trama, i fili comuni, le corde da toccare per ottenere dominio e cambiamento; e non era amor di conoscenza a spingerli, ma amore di salvezza – perché, per quanto si aggrappiamo all’insondabile, alle architetture d’aria della filosofia, è la scienza a permetterci di conservare la vita. E così dovrebbe essere l’atteggiamento di fronte alle catastrofi: non andare in cerca di leggi eterne o di flussi del cielo, ma applicare forze, sempre maggiori alla sopravvivenza di un’umanità che non sconfigge il gigante – non può – ma resiste, piano e con tenacia divorante.
Non riusciamo a capirla, noi umanisti svogliati e un po’ acerbi, quella spirale di numeri e formule e scintille in ordine perfetto; se volete sappiamo dirvi la struttura dell’Infinito, o il canto delle rondini greche, o la musica dei nomi di dio, e sappiamo raccontarvi dei re sacrificati per render fertile la terra e della lotta tra gli assoluti e dei boschi che risuonano un nome, ma la scienza non riusciamo a capirla. Non riusciamo a capirla ma l’amiamo, perché qualcuno ce l’ha fatta amare, perché è necessaria e vera quanto e forse più delle nostre poesie troppo esili; l’amiamo perché per imparare a vivere e a guardare servono entrambe. Ci hanno abituati a vederle eternamente opposte, scienza e fede, sempre a sovrastarsi a vicenda, a negarsi, a darsi la caccia; e nessuno ci ha mai mostrato come possano scorrere accanto, e riempiere l’una i vuoti che l’altra lascia – consolare con la speranza l’inevitabile, e spiegare con una legge il miracolo del lampo. Il motivo per cui, per quanto le nostre conoscenze siano esplose fino a farci arginare piene e prevedere i venti, davanti ad un terremoto a dominarci non sia solo il terrore della sua immensità fisica, ma un più ampio e paralizzante smarrimento- cosa succede, e perché, e per quale maledizione o profezia o disegno?- è che noi cerchiamo insieme la comprensione e la padronanza sullo stesso piano, quando invece andrebbero separate. La natura non è materia da lasciarsi piegare nelle nostre mani; non siamo capaci di violarla, ma solo di accompagnarne con delicatezza il corso perché continui a concederci la vita. Se rincorressimo una causa dopo l’altra fino a risalire alla sorgente di uno tsunami e la vedessimo come una formula chiara e piena in cui leggere le conseguenze, resteremmo lì con la bocca arida e lo sguardo di vetro, perché non avremmo avuto nulla se non un assioma metallico che mai potremmo cambiare – e nessuna risposta, nessuna provvidenza, nessuna ultima grazia.
L’unico modo che ci resta per trarre dalla natura la forza ed il senso – senza doversi rifugiare in nulla di precostituito, religione o materialismo che sia – è guardare al mondo da due piani diversi, e non perderne mai uno, né quello che spiega né quello che racconta; non correre in lotta o sentirci vittime, ma con l’immaginazione ed il sogno e la perseveranza che siamo gli unici a possedere, trovare nel mondo nascite e caleidoscopi, e corrispondenze e storie ( cose che quegli stregoni bianchi del Quattrocento sapevano fare, e noi stiamo perdendo chi per fede cieca, chi per ansia di possedere), le sole che prima o poi ci salveranno, e chiunque sia libero di scegliere il “come”.
Si è inabissata Atlantide, hanno scritto sui giornali; e che sia stata un’incrinatura nella litosfera o un’onda scagliata dagli dei per punire l’orgoglio di quell’isola a forma di stella, fa poi differenza?
Sofia Adami II B

martedì 2 giugno 2009


2 GIUGNO 2008. FESTA DELLA REPUBBLICA?! NON POSSO TACERE LA MIA PREOCCUPAZIONE, IN QUESTO MOMENTO ... MESSAGGIO DEL PRESIDENTE GIORGIO NAPOLITANO ALLE ISTITUZIONI E A TUTTI GLI ITALIANI E A TUTTE LE ITALIANE - a cura di Federico La Sala

L’Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica rende noto il testo del messaggio che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della Festa Nazionale della Repubblica ha rivolto dalle sale del Quirinale in cui è ospitata la mostra "L’Eredità di Luigi Einaudi":

"Per voi che ascoltate auguro innanzitutto che la festa del 2 giugno possa rappresentare un momento di serenità. Ricordiamo in queste settimane - con la mostra che vedete - la figura di Luigi Einaudi, grande studioso, maestro di vita civile e uomo delle istituzioni, che nel 1948 fu eletto Presidente della Repubblica. Ma questa giornata è l’occasione per ricordare anche come nacque, oltre sessant’anni fa, la Repubblica: tra grandi speranze e potendo contare sulla volontà allora diffusa tra gli italiani di ricostruire e far rinascere il paese, in un clima di libertà, attraverso uno sforzo straordinario di solidarietà e unità. E’ qualcosa che vale la pena di ricordare perché l’Italia, divenuta un paese altamente sviluppato, avrebbe oggi bisogno di uno sforzo simile, per la complessità dei problemi che sono dinanzi alla società e allo Stato, in un mondo profondamente mutato. Riuscimmo in quegli anni lontani a risalire dall’abisso della guerra voluta dal fascismo, e a guadagnare il nostro posto tra le democrazie occidentali. E abbiamo poi superato tante tensioni e prove.
Non possiamo ora permetterci di fare un passo indietro ; sapremo - ne sono certo - uscire dalle difficoltà e farci valere ancora una volta, grazie a un forte impegno e slancio comune. Su quali basi un rinnovato sforzo della nostra comunità nazionale debba poggiare, lo dicono i principi e gli indirizzi della Costituzione che la Repubblica si diede sessant’anni fa, in meno di due anni dal referendum e dalle elezioni del giugno 1946.
Ma non posso tacere la mia preoccupazione, in questo momento, per il crescere di fenomeni che costituiscono invece la negazione dei principi e valori costituzionali: fenomeni di intolleranza e di violenza di qualsiasi specie, violenza contro la sicurezza dei cittadini, le loro vite e i loro beni, intolleranza e violenza contro lo straniero, intolleranza e violenza politica, insofferenza e ribellismo verso legittime decisioni dello Stato democratico.
Chiedo a quanti, cittadini e istituzioni, condividano questa preoccupazione, di fare la loro parte nell’interesse generale, per fermare ogni rischio di regressione civile in questa nostra Italia, che sente sempre vive le sue più profonde tradizioni storiche e radici umanistiche. Costruiamo insieme un costume di rispetto reciproco, nella libertà e nella legalità, mettiamo a frutto le grandi risorse di generosità e dinamismo che l’Italia mostra di possedere. Buona festa della Repubblica a tutte le italiane e gli italiani."

lunedì 1 giugno 2009



«La questione morale è anche economica»
di Osea Giuntella

Credo che in una fase di crisi come questa l’Italia abbia bisogno di un partito che proponga un ripensamento coraggioso e profondo dell’economia. Negli ultimi mesi si è parlato troppo poco della crisi e ancora meno di come affrontarla. Si deve accelerare la trasformazione del sistema produttivo verso settori a più alta intensità di capitale umano come già fatto da altri paesi europei. Tutto questo passa anche per nuove politiche sull’inserimento nel mondo del lavoro ed esige una radicale lotta agli interessi corporativi. Un paese che non investe nella formazione è un paese depresso, intrappolato nel precariato. Il Pd deve avere il coraggio di puntare su qualità, ricerca, ambiente. Siamo ancora troppo indietro per percentuale di laureati, spesa in ricerca, dotazione di infrastrutture rispetto ai paesi dell’area euro. In una recessione grave come quella attuale bisogna intervenire innanzitutto a difesa delle categorie più a rischio, ma difendere il posto di lavoro non significa per forza difendere «quel posto di lavoro» e «quel particolare modello di produzione».

Obama l’ha capito ed ha condizionato molti degli interventi di aiuto alla riduzione di emissioni e all’utilizzo di energie rinnovabili. Il Pd ha il dovere di proporre un modello di crescita sostenibile a partire dall’amminitrazione locale. A Boston tre anni fa è nata un’impresa di car-sharing privato (Zipcar) che in poco tempo si è diffusa in tutti gli Usa e ora è arrivata anche a Londra. Oggi mentre il settore auto è in crisi, Zipcar cresce creando posti di lavoro e promuovendo al contempo una nuova idea di mobilità. In Italia la prima riforma necessaria è, però, una trasformazione culturale. Al Pd spetta il compito di tenere in vita e ricostruire il tessuto civico e morale del paese. Se chi evade le tasse e raggira le leggi è premiato, se i giovani preferiscono rassegnarsi al sistema delle raccomandazioni piuttosto che investire su stessi e sul proprio paese l’Italia non ha prospettiva. A questo non ci si può arrendere. Il sistema di incentivi deve essere rivoluzionato. La cosa che mi fa più paura da lontano è la rassegnazione. Chi può va via, chi resta si adegua. Ed invece dobbiamo fare di tutto perché questo paese si liberi dalla trappola della rendita e dalla paura di cambiare. La questione morale oltre ad essere una questione politica e culturale è anche una questione economica ed un partito riformatore e progressista ne deve tenere conto.

da l'Unità 29 maggio 2009

domenica 31 maggio 2009



IL SOCIAL NETWORK


Oramai la piazza della globalizzazione è diventata Facebook -la nuova agorà??- il Social Network che ci fa incontrare tutti, o quasi. Le distanze geografiche sono virtualmente svanite, le diversità, anche quelle positive che distinguono gli individui, sono abbattute: tutti seduti davanti a video e tastiera ad interloquire,e non interagire, con persone di cui non abbiamo mai sentito la voce, con chi mostra una parte di sé troppo spesso patinata, illusoria e fugace. È il mondo del virtuale, dal quale facciamo fatica ad allontanarci, è la nostra vetrina sul mondo..è Narciso che si rispecchia sul lago, siamo noi, esseri umani, talvolta poco esseri e così malamente umani.

Da- La Repubblica delle Donne
COS’E’ LA SINDROME DA FACEBOOK?
di Alessandro Ferrari

Lamentava insonnia e depressione. I suoi problemi sparivano solo quando dormiva. Perché allora riusciva a connettersi, ma solo nei sogni. Poi un giorno la fidanzata ci ha chiamato alle tre e cinquanta del mattino. Si è svegliata e lui non c’era, sul cuscino un biglietto: Mario Brambilla è andato a comprare le sigarette. Sotto, in blu, aveva aggiunto: commenta – mi piace. Gli era tornata la febbre da face book. Lo abbiamo trovato dopo tre giorni in un grande magazzino di Milano Due. Era in uno stato pietoso. Canotta azzurra ingiallita, calzini beige con ciabatta da turista teutonico in vacanza a Bellaria e boxer extralarge macchiati di salsa cocktail e Dixel al formaggio.
Aveva riaperto clandestinamente il suo profilo. Cambiava status ogni cinquanta secondi esatti, pause fisiologiche comprese. L’ultimo diceva: Mario Brambilla viene arrestato da un amico. Credeva che fossi uno dei suoi contatti. Gli ho detto che non ero su facebook. “Non dire cavolate. Se non ci sei allora non esisti”, ha risposto. “Qui ci sono tutti, anche la mia ex delle elementari, anzi ora le mando un pesciolino canterino e ti consiglio l’amicizia!”. Sulla sua bacheca sessanta album di foto a Cefalù, Londra, Egitto e Maldive. Filmati scaricati su YouTube. E centinaia di auscatti. Mai visto tante pose in mutande da quando rubavo il catalogo Postalmarket a mia nonna. Abbiamo cercato di prenderlo con le buone. Urlava che doveva comprare il nuovo item limitato su Pet Society, il gioco più gettonato, altrimenti la gnocca del marketing, quarta abbondante bionda con meches rosa, a cui chiedeva l’amicizia, non gliel’avrebbe mai data. Poi ha avuto una crisi d’identità, perché nessuno commentava, nessuno lo taggava né pokava.
Lo ignoravano tutti, anche gli ex compagni di asilo.
Ho provato a spiegargli che facebook ha distrutto la vita ad un sacco di gente che come lui ha perso il lavoro, la fidanzata e ogni briciolo di dignità. Gli ho raccontato che un gruppo di resistenza armata per la salvaguardia dei rapporti umani chiamato psychbook ha iniziato una sanguinosa guerra contro tutti i social network al grido di “Evviva il realismo! Morte a face book!”. E’ stato inutile: mi ha chiesto se poteva diventare fan del gruppo. Mentre lo trascinavamo via si è aggrappato alla sedia. Ci ha supplicato se poteva creare un evento sul suo arresto. E magari se potevamo confermare la nostra presenza. È stato allora che abbiamo preso a manganellate il computer.

sabato 30 maggio 2009

LIBRI






Ieri sera, su L'ERAGLACIALE, la trasmissione che la brava Daria Bignardi conduce su Raidue, ho seguito l'intervista che la nostra ha fatto ad Antonio Moresco, colui che viene definito il più grande scrittore vivente italiano. Moresco ha un aspetto mite, capelli e barba bianchi che, per come afferma, non rade per non avere il viso come il culo. Moresco, dopo anni di scritture e di negate pubblicazioni da parte delle case editrici, forse anche per il suo passato politico di rivoluzionario di estrema sinistra, è giunto finalmente ad avere il giusto riconoscimento nel campo letterario. Da poco è uscito il suo ultimo lavoro "Canti nel Caos", un tomo di oltre mille pagine, stesura di quindici anni di lavoro, tutta scritta a mano. Vi porgo a lettura un brano tratto dal libro,in cui poter assaporare la leggerezza e la soavità di una poesia, in un racconto che invece sa essere ricchissimo di momenti duri.


Canti del caos
Antonio Moresco


"… Ci pensavo oggi, mentre mi spostavo lungo le ferite di queste strade che sono state aperte nella crosta terrestre, e che hanno gettato in alto tutte queste barriere infettive di grattacieli sorti in una notte dal nulla e di colonne e di torri, e guardavo quei microbi a ruote che correvano sugli enormi nastri delle strade a quattordici corsie. 'Ce la farò?' mi dicevo. 'Ce la faremo?' E intanto tastavo con le mani, col mio progetto, col mio sogno di mani la pistola che porto sempre con me. Perché Chongquing 3 è armato, è bene che lo sappiate fin dall'inizio, qui dentro!
(…)
E intanto andavo verso la casa dove vive la mia gazzella. E vedevo dalle parti le persone sedute immobili dietro le vetrine delle lavanderie, a guardare gli oblò delle lavatrici, in attesa di aprirle e di ficcarci dentro le mani, le teste, dentro quell'occhio immobile e molle del ciclone, conficcarle proprio là in fondo, là dentro, nel citoplasma. 'Dove sei? Dove sei?' mi dicevo pensando a lei, mentre mi dirigevo verso la sua torre. (…) 'Mi sto già conficcando o mi conficcherò dentro di te, nel tuo citoplasma? E, se non posso parlare, non parlerò. Ma entrerò a capofitto dentro di te, e allora comincerò, ricomincerò.' Come quando ti ho vista per la prima volta di fronte a me, sullo stesso filo dell'orizzonte con me. Camminavi verso di me, anche se non sapevi cos'era me, e la tua testa era così bella e così trasparente che sembravi acefala. Vedevo attraverso la tua testa tutti quei corpicini di cristallo e di ossa che si spostavano attraverso le viscere delle strade del quartiere di Longhiu, con le sue vetrine cerebrali che si accendono nella sera e il pulviscolo di speranze di corpi che muovono nel silenzio palpitante le bocche dentro la luce. Avevi i capelli tenuti da un fermaglio così colorato che non saprei dire di che colore era. Si vedeva, al termine della scriminatura, una peluria di capelli ancora bambini all'inizio della fronte accesa dal di dentro come una lanterna di carta.
(…)
E intanto mi spostavo così. Duemila chilometri di strade. Duecento chilometri di binari sopraelevati. Tutti questi nastri sospesi che corrono come infezioni e come sogni. 'Dove sei? Dove sei?' mi dicevo. Mentre mi spostavo in quella poltiglia verticale, lungo le rive dello Yangtze, in questa città irreale, a non molti chilometri di distanza dalle Tre Gole, con le sue immense masse liquide immobili, immobilizzate. Una donna sbadiglia. Avete mai visto sbadigliare una donna in una città inventata, mentre scende il buio, in mezzo alla folla? Grattacieli, vetrine, gigantesche pubblicità in caratteri cinesi e inglesi, già accese. Bambini, se poi sono bambini, se sono già bambini. E intanto quella donna sbadiglia. Non è più giovane, ma non è questo il punto. Sbadiglia, nella sera, in questa città emersa per squarciamento dalle viscere della terra. Mi fermo di fronte a lei. Le ficco improvvisamente una mano in gola, le afferro la lingua dalla radice, dal fondo. Gliela tiro, cerco di strappargliela. Ma è dura, viscida, attaccata al resto del corpo, ancorata. Non avete idea di come sia ancorata una lingua! La donna è immobile, immobilizzata, impietrita, di fronte a me che le stringo quella bistecca nel pugno. Ha gli occhi sbarrati, non prova neanche a gridare, perché la sua lingua ce l'ho in mano io. La gente passa dalle parti, abbagliata, non capisce cosa sta succedendo a quel gruppo formato da due corpi che stanno immobili, in silenzio, l'uno con la mano nella bocca dell'altro, compenetrati. La donna mi continua a guardare, con la bocca spalancata, gli occhi fuori dalla testa, le lacrime che le colano lungo le guance. Viene da piangere anche a me. Le lascio la lingua. 'Riprenditi quella merda di lingua, se ci tieni tanto! Parla! Parla!' le direi, se potessi parlare. Perché Chongquing 3 è muto.
Mi sono pulito la mano tutta sbavata, col fazzoletto. Ho cominciato a camminare verso la tua torre, mentre la donna alla quale avevo restituito la lingua è corsa via alle mie spalle singhiozzando e piangendo. E sarebbe questa la voce? Ed è per emettere simili suoni che ci teneva così tanto a riaverla? Mi sono annusato la mano, per sentire se sapeva ancora di saliva e di lingua. Gli uomini in divisa con le bretelle catarinfrangenti, nel buio della sera, che si prende tutto. Celeste impero! Che città è questa? Che mondo è questo? Il ponte sullo Yangtze, sospeso nell'aria, nello spazio. I negozi di giocattoli pieni di bambini, se sono bambini, se sono già bambini. Le insegne illuminate fino allo spasimo da questa luce nera, irreale, che arriva fin qui dalle enormi combustioni di materia vivente e dalla potenza che preme contro il muro delle acque immobilizzate. 'Che luce è questa?' mi domando. 'Che strade sono queste?' Corpi spaccati per permettere alle gambe di carne di ruotare. Stivali alti, inguinali. Camminavo e fantasticavo. Dove sei? Dove sei?"

venerdì 29 maggio 2009



LALLA ROMANO



"L'arte è astrazione. Per me scrivere è stato sempre cogliere, dal tessuto fitto e complesso della vita qualche immagine, dal rumore del mondo qualche nota, e circondarle di silenzio".
Lalla Romano


Tra le mie autrici preferite primeggia Lalla Romano, piemontese, nata all’inizio del secolo scorso. Lalla Romano, non tanto conosciuta dal grande pubblico, tratteggia quell’elite intellettuale di cui il ‘900 ne è stato fucina. Artista a 360°, persona schiva e riservata, ci lascia attraverso i suoi libri parte della sua vita, dal periodo torinese in cui hanno inizio gli studi di pittura ed i primi incontri letterari con Einaudi, Mario Soldati, Levi, nè Una giovinezza inventata, al periodo della guerra narrato attraverso storie di intrecci famigliari in Tetto Murato, a quello del difficile rapporto tra una madre libera ed un figlio ribelle e introverso in Le parole tra noi leggere, solo per citarne alcuni.
Lalla è anche poetessa, ed ho pensato di condividere alcuni suoi versi con chi avrà il piacere di leggerli.

L'ABBRACCIO

Andiamo nella campagna deserta,
scricchiola sotto i piedi la neve.
Gia' sorta e' la luna, e risplende
la pianura sino ai monti lontani.

Io cerco il tuo corpo caldo e oscuro,
tu cerchi con affanno il mio corpo,
ed il nostro cuore si spezza
tremando nel vano abbraccio.


IL PIANTO

Dimmi perche' nel mio sogno piangevi.
Soli eravamo al sommo d'una scala

immensa e buia: e subito le mani
tu mi afferrasti, senza una parola.

Tra le mie mani nascondesti il viso
e ti asciugasti con le palme il pianto.

Cosi' ti vidi dopo tanto tempo,
e nulla so di te, se non quel pianto.


STAGIONE

Voi ripetete i vostri canti, uccelli;
ma soltanto una volta nella vita
a noi e' dato d'ascoltar parole
cosi' soavi: a noi non si rinnova
il dolce tempo, come a voi stagione.


SILENZIO

Perdonami se spesso al tuo silenzio
non so risponder che col mio silenzio.
Vedo trascorrer come un triste fiume
il tuo dolore, e simile mi faccio
a te, muta corrente, e ti accompagno
lungo il tuo stanco, affaticato andare.


IL VENTO

Il vento fuggendo rapisce ai comignoli il fumo,
e come una chioma leggera l'arriccia e disperde.

Volubile e tenue s'effonde nel tempo la vita,
cosi' come labile fumo dilegua nel vento.

mercoledì 27 maggio 2009


L’AMORE TRA PASSIONE
E FEDELTA’

di Umberto Galimberti

Se il criterio è la passione, difficilmente potremmo smentire Tolstoj là dove dice che il matrimonio, per il solo fatto di essere una promessa irrevocabile, “è un inferno”. Il problema è capire se la passione è l’unico modo in cui può declinarsi l’amore. E questo a partire dal fatto che “passione” significa “patire l’altro”, e quindi, come ciascuno può constatare in quella condizione, perdere la propria autonomia, trascinati nella discontinuità dell’oscillazione amorosa, dove l’altro diventa il vero regista del nostro vivere o morire.
Ma accanto all’amore-passione esiste anche quello che potremmo chiamare amore-creazione, dove il rapporto con l’altro non avviene perché trascinati dalla passività della passione, ma è promosso da quell’azione che, pur non ignorando l’entusiasmo della passione, non ci si accontenta di una felicità passiva, perché vuole creare l’altro come si crea un’opera d’arte. Questo genere di amore non si alimenta di quell’evasione dal mondo tipico della passione, ma assume un impegno nel mondo, non per una decisione di fedeltà, che di per sé non è un valore, ma perché non c’è creazione che non insista sull’opera, come ogni artista sa quando nell’opera che sta creando vede il riflesso dell’espressione di sé. Per vivere a lungo in due bisogna avere uno spirito artistico e non cedere a quella concezione così diffusa che intende la libertà come revocabilità di tutte le scelte, perché là dove un amico, un amante, una moglie, un marito, al pari degli oggetti diventano intercambiabili appena l’insorgere di una passione ci trascina verso altri lidi, là dove la decisione non comporta effetti irrevocabili, non muta il corso delle cose, non produce eventi che possono essere anche irreversibili, non si costruisce alcuna biografia, non si scopre nulla di sé e tanto meno qualcosa dell’altro, ma soprattutto si scambia la libertà di scelta con una vera e propria astensione dalla scelta. Se il mondo delle relazioni viene trattato alla stregua degli oggetti che si usano e poi si gettano come passione detta, senza affaccendarsi intorno all’opera come è appunto il lavoro dell’artista che mai si accontenta della sua creazione, anche la passione si estingue, come è facile vedere nei bambini sommersi dai giochi, a nessuno dei quali riescono a dedicarsi con vera passione.

martedì 26 maggio 2009



"Lune interminabili, universo opaco, brontolii, tornadi, sismi. Rari erano i momenti di riposo: la fronte contro le ginocchia, le braccia intorno al capo, pensavo ascoltavo, aspiravo a non esistere. Ma la vita era là, perla trasparente, astro che ruotava lentamente su se stesso. Ero cieca. I miei occhi erano fissi su quest’altro mondo, le sue immagini mi arrivavano confuse. Mi restavano ancora delle grida di meraviglia, pianti sommessi. Una reminiscenza impotente mi opprimeva, la malinconia mi bruciava. Chi sono? Domandavo alla Morte rannicchiata ai miei piedi. Lei grugniva e non rispondeva.
Dove sono? Sentivo delle risa, delle voci che dicevano: “ Sarà sicuramente un maschio, Monsignore. Spinge. Ha la rabbia dentro.”
Poco importava chi sarei stata. Ero già stanca di questa immensità. Ero stanca di sperare, di attendere, di essere io: il centro del mondo.
Il fruscio del vento mi tranquillizzava. Ascoltavo il grondare della pioggia. Nel mio cielo in cui il sole non sorgeva ma, sentivo il canto di una bambina. La sua voce dolce e innocente mi cullava. Mia sorella: io temevo per lei una grande infelicità. Una mano tentava di accarezzarmi. Ma un muro ci separava. Madre, ombra disegnata sulla parete dei miei pensieri, sapete che sono un vecchio condannato ad abitare la prigione della vostra carne?
In fondo al lago, nell’acqua color seppia, giravo su me stessa, mi rannicchiavo, mi distendevo, piroettavo. Giorno dopo giorno, il mio corpo si gonfiava, mi pesava, mi strangolava. Avrei voluto essere la punta di un ago, un granello di sabbia, il riflesso del sole in una goccia d’acqua: invece diventavo una carne che scoppiava, una montagna di pieghe, di sangue, un mostro marino. Ero irascibile. Mi indignavo contro me stessa, contro la donna che mi faceva carceriera, contro la Morte, mia unica amica.
Mi aspettavano. Sentivo mormorare che la creatura sarebbe stata chiamata Luce. Il brusio dei preparativi m’impediva di riflettere. Si parlava di vestitini, di pannolini, di festeggiamenti, di nutrici: grasse, bianche, forti. Era proibito pronunciare il mio nome, per paure che i demoni si impadronissero della mia anima. Mi aspettavano perché incominciassi là dove i loro destini si erano fermati. Io avevo pietà di questi ferventi esseri, affidabili e avidi. Non sapevano ancora che avrei distrutto il loro mondo per costruire il mio. Non sapevano che avrei portato la liberazione attraverso le fiamme, attraverso il ghiaccio.
Una notte sussultai. Le acque ribollirono. Delle onde furiose si frangevano su di me. Rannicchiata, lottavo contro la paura concentrandomi sulla mia respirazione, sulle fitte del mio dolore. Il calare della marea mi gettò in una strettoia. Scivolai fra gli scogli. Il mio corpo sanguinava. La mia pelle si lacerava. La mia testa implodeva. Stringevo i pugni per non urlare.
Qualcuno mi afferrò per i piedi e mi sculacciò. Con la testa all’ingiù, vomitai i miei pianti. Mi avvolsero in una stoffa che mi scorticava. Sentii la voce ansiosa di un uomo:
“Maschio o femmina?”
Nessuno rispose. L’uomo mi si avvicinò e tentò di aprire le mi fasce.
Il gemito di una donna lo interruppe:
“un’altra femmina, Monsignore.”
“Ah!” gridò lui, prima di sciogliersi in lacrime."

Imperatrice- Shan Sa

È la nascita di Luce, Imperatrice Wu Zetian, prima e unica donna del Celeste impero ad avere questa carica, vissuta nella metà del VII secolo. Mi piace l’idea di poter condividere queste parole, che l'autrice sa esprimere con tono di sofferente poesia, dando una descrizione di quel tempo di vita,la gestazione, da tutti noi dimenticato. E mi chiedo quanto, di quel tempo, rimane nel nostro percorso e se ne è parte integrante.

venerdì 22 maggio 2009

Sarà che la campagna elettorale si fa sempre più calda, sarà che la politica si sta sempre più degradando, sarà che a venticinque anni dalla Sua morte è giusto ricordarlo,sarà che Ernico Berlinguer ci lascia ancora, come sempre, grandi insegnamenti.

"LA QUESTIONE MORALE" di Enrico Berlinguer
«I partiti sono diventati macchine di potere»

Intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari, «La Repubblica», 28 luglio 1981
«I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer. «I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».

La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.

Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Dunque, siete un partito socialista serio...
...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...


Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire

mercoledì 20 maggio 2009

Da un amico di Facebook, riporto questo brano. La politica, tutta, ha bisogno di ricordare qual è la sua finalità.


"Volendo tentare una definizione potremmo dire che la politica (dal greco πολιτικος, politikós) è quell'attività umana, che si esplica in una collettività, il cui fine ultimo - da attuarsi mediante la conquista e il mantenimento del potere - è incidere sulla distribuzione delle risorse materiali e immateriali, perseguendo l'interesse di un soggetto, sia esso un individuo o un gruppo. La prima definizione risale ad Aristotele ed è legata al termine "polis", che in greco significa la città, la comunità dei cittadini; politica, secondo il filosofo Ateniese, significava l'amministrazione della "polis" per il bene di tutti, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano. Altre definizioni, che si basano su aspetti peculiari della politica, sono state date da numerosi teorici: per Max Weber la politica non è che aspirazione al potere e monopolio legittimo dell'uso della forza; per David Easton essa è la allocazione di valori imperativi (cioè di decisioni) nell'ambito di una comunità; per Giovanni Sartori la politica è la sfera delle decisioni collettive sovrane."

G.Andre
Ho trovato interessante, oltre che totalmente condivisibile, questa breve analisi che rispecchia quanto sia reale e attuale l’involuzione dell’essere umano.

“Siccome l’educazione delle emozioni ci porta a quell’empatia che è la capacità di leggere le emozioni degli altri, e siccome senza percezioni delle esigenze e della disperazione altrui, non può esserci preoccupazione per gli altri, la radice dell’altruismo sta nell’empatia, che si raggiunge con l’educazione emotiva che consente a ciascuno di conseguire quegli atteggiamenti morali dei quali i nostri tempi hanno grande bisogno: l’autocontrollo e la compassione.”
Daniel Goleman – Università di Harvard




È amaro dolore
il sapore delle ossa
leggere, legate, incerte.

È dolore che si groviglia
e non si sgretola.

È amara l’avarizia
che ruba la dolcezza,
soffocandola in un pugno

martedì 19 maggio 2009

Non svanisce l’incompiuto... rimane in attesa della forma,
un atto che non diventa potenza.

lunedì 18 maggio 2009

Aforisma di Umberto Galimberti

L'Etica laica, dopo aver messo sullo sfondo Dio e l'imperscrutabilità delle intezioni umane, formulò con Kant quel principio secondo cui "L'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo". È questo un principio che ancora attende di essere attuato, se è vero che oggi le merci e i beni hanno una possibilità di circolazione ben superioe a quella degli uomini, e gli uomini nei vari paesi sono accolti solo se produttori di servizi di beni e di merci...

domenica 17 maggio 2009

Ed ora che il sole
ti spinge la vita
cammini per rifuggire
cuciture strappate
che uniscono lembi
tirati a brandelli.

Ricomporre le trame e gli orditi
è il senso del sole
in questa vita bagnata
che cerca solo riparo.

giovedì 14 maggio 2009

da "QUANDO IL SILENZIO DIVENTA PAROLA" di Anna Totaro

Incontrai Chiara in un treno, un giorno… o forse in una libreria…
no, forse in un supermercato.
La incontrai tra la gente…e forse in un angolo appartato del cuore,
dove rimangono intrappolate le parole, le storie che non vengono scritte…
Forse l’ho incontrata radiosa una sera di tanti anni fa, nella calca di una festa di paese,
e dentro un bar discreto, davanti ad un caffé, con lo sguardo sognante…
Forse l’ho incontrata presa dal panico in un ascensore,
stretto come la gabbia della sua vita,
oppure nella tiepida stanza di una psicoterapia,
come in un utero buono in cui lasciare schegge di sé…
Credo fosse bionda, decisa, ostinata… oppure bruna, morbida, leggera…
Forse liberata dalla tristezza , forse carica di nostalgia …
Forse madre, amica
compagna
Quella donna bionda mi consegnò tasselli di desideri violati e di rimpianti…
Quella donna bruna mi lasciò una storia scolpita nei suoi occhi chiari,
Quella donna radiosa si raccontò, riavvolgendo i gomitoli di una vita da vivere,
la madre mi nutrì dei suoi figli portati nel grembo,
l’amante mi regalò il soffio di una emozione segreta,
l’amica si lasciò ascoltare e cucì con le parole scampoli di coraggio
Ciascuna di loro era Chiara

mercoledì 13 maggio 2009

Vi presento l'ultimo lavoro della Dottoressa Anna Totaro.






Chiara è il piccolo mosaico di una storia scheggiata e tagliente, frammenti di vita...

E' Tante storie...

Tanti frammenti...

E' due occhi grandi smerigliati,

sgranati di fronte alla vita...

E' una piccola bambina impaurita,

è una donna che non ha più paura

o che forse continua ad averne... Questa è chiara.

lunedì 11 maggio 2009


da L'Unità di Domenica 10 maggio











"«Le leggi razziali ci sono già, anche se molti fingono di non sapere»
di Furio Colombo
"Leggi razziali” non è una frase eccessiva. È una descrizione letterale e corretta che Franceschini, segretario del Pd, ha detto con tragica esattezza per descrivere il “pacchetto sicurezza” della Lega.
La stella gialla che i Radicali indossano in questi giorni di una campagna elettorale dalla quale saranno esclusi con rigoroso rito mediatico, non è una trovata frivola o offensiva, come è stato detto. È la rappresentazione di un fatto. L’elenco delle illegalità, negazioni e sopraffazioni contro libertà fondamentali italiane, secondo i Radicali, è lungo e comincia subito, quando è ancora fresca la firma di Terracini in calce alla nostra Costituzione, nel 1948.

Si può convenire o no. Fin dalla rinascita, questo giornale ha detto e ripetuto ogni giorno che Berlusconi, con il peso immenso della ricchezza usata per comperare la politica, ha portato un peggioramento pauroso nella già oscura vita pubblica italiana, un peggioramento che a momenti pare irreversibile.

In un caso o nell’altro l’Italia è una sola. L’Italia che decide quali voci sono stonate e quali voci non si devono sentire, un anno dopo l’altro, un decennio dopo l’altro. L’Italia che perseguita senza tregua e senza vergogna gli immigrati proprio come al tempo delle leggi razziali. Fatti così profondamente illegali, e pure accettati, devono essere cominciati presto. Se questo è il peggio, c’è stato un prima.

Per esempio, la settimana è stata segnata da una notizia grave e squallida: il deputato Salvini della Lega esige che nei metrò di Milano i posti a sedere siano riservati ai lombardi. Come si riconosceranno i lombardi? Dagli insulti agli immigrati che hanno osato sedersi? Dalla violenza per farli alzare? Si fanno avanti squadre razziste come gli americani bianchi prima di Rosa Parks, di Martin Luther King e di Robert Kennedy. In un mondo normale una simile regola dovrebbe essere respinta con sdegno, come la peggiore offesa.

Ma questa è l’Italia in cui centinaia di naufraghi disperati, metà donne e bambini, e una di loro morta e putrefatta, sono stati lasciati in mare per giorni e notti al largo delle coste italiane. E’ la storia della nave turca “Pinar” , colpevole di averli salvati, tenuta ferma in mare dalla corvetta militare italiana “Lavinia”. Probabilmente è la prima volta, nella Repubblica italiana nata dalla Resistenza, che ai marinai italiani viene ordinato di non soccorrere i superstiti disperati del mare. Viene ordinato di tenerli fermi e lontani benché stremati.

Atti indegni di questo tipo, come le aggressioni e i linciaggi, tendono a ripetersi in questa Italia. Nuovi immigrati alla deriva, al largo delle coste libiche sono stati avvistati da un mercantile italiano che si è guardato bene dal prestare soccorso dopo ciò che era toccato alla nave turca. Si trattava - ci ha detto il giornalista Viviano di Repubblica (7 maggio) - di 227 disperati tra cui 40 donne. Sono subito arrivate sul posto unità della Marina militare italiana con un ordine barbaro e disumano del ministro dell’Interno della Padania insediato a Roma: le centinaia di profughi disperati raccolti in mare sono stati riportati in Libia. Vuol dire condannati a morte, per esecuzione, per inedia nei campi profughi del deserto, per schiavitù (lavoro forzato senza paga), per l’abbandono in aree prive di tutto, in violazione della Costituzione italiana e della Carta dei Diritti dell’Uomo, come ha scritto con sdegno L’Osservatore Romano.

Ogni possibile richiesta di diritto d’asilo, per quanto urgente e legittima, viene in questo modo vietata da marinai italiani usati come poliziotti crudeli di una dittatura senza scrupoli.

Adesso scopriamo che, prima ancora che il Parlamento italiano affronti l’odioso “pacchetto sicurezza” della Lega e lo voti con l’espediente della “fiducia” in modo da bloccare ogni discussione, adesso scopriamo che le “leggi razziali” sono già in funzione, oggi, in questa Italia, mentre tanti, in politica o nella vita di tutti i giorni, fanno finta di non sapere, non vedere, di non essere disturbati. Proprio come nel 1938. Ma nel 1938 quelle schiene piegate di un popolo erano state preparate da quasi due decenni di fascismo.

Dicono i Radicali: anche oggi una simile rinuncia alla libertà, alla opposizione, alla critica non arriva tutta in una volta come una valanga. Ci vuole una lunga preparazione per cedere senza resistenza i propri diritti. Di fronte al diffuso silenzio per la paurosa epoca italiana che stiamo vivendo è inevitabile chiedersi: e se i Radicali, indossando la loro maleducata e impropria stella gialla, avessero ragione?"

Mi chiedo quand'è che gli Italiani dimostreranno ancora la forza del sapersi Indignare.
È una voce interiore che non tace
di cui costantemente ne sento mutare l’umore..
è la voce della sconfitta o è l’irrisolto,
è la mia immaginazione o il vero?
Non lo so..solo certezze su ipotesi
nelle quali tu ti senti al meglio..
perseverando il silenzio.

lunedì 4 maggio 2009

La vita ha il senso che noi gli vogliamo dare, senza alcun assolutismo...se non i nostri limiti.

martedì 28 aprile 2009

Libertà condivisa, l’unica possibile”
Cacciari e Zoggia alla chiusura di “Un treno per l’Europa”

“L’Europa non è una questione di tifo e la sua storia non va mitizzata”. Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, si rivolge così alle centinaia di ragazzi e ragazze che affollano la Scuola di San Giovanni Evangelista. Senza giustificazionismi e con la sua solita schiettezza, ripercorre le tappe della storia dell’Unione Europea, figlia “di un naufragio e della consapevolezza di una sconfitta”.

“Si partì da qualcosa di estremamente concreto, il carbone e l’acciaio. All’inizio l’Europa si unì sotto la spinta del denaro, non certo sotto quella ideologica”. Ed oggi, a decenni di distanza, dopo la caduta del muro di Berlino, quali sono le prospettive e le sfide dell’UE? Per Cacciari non ci sono dubbi , “l’UE deve sollecitare la nascita di spazi di relazione e controllo del mercato internazionale, un freno necessario al lassaiz-faire che ha portato all’attuale crisi economica. Questo è l’unico modo di non diventare periferia”.

La priorità è “ritrovare la vocazione alla ricerca e all’ironia, il più europeo di tutti i beni”. La metà resta la scoperta della propria identità, “ cui si arriva solo mediante il riconoscimento dell’altro”. E l’altro, nella visione di Cacciari, è il diverso, il povero, il più debole. “Non sei libero finchè non lo sono tutti. Non si vive bene all’inferno, avendo sotto gli occhi bambini che muoiono di fame. Il nostro compito è dare risposta all’altro e, quando ciò non è possibile, soffrirne”.

Lo Stato dovrà sempre fare i conti con la vita “che è anarchica, che travolge tutto. Stato: che brutta parola. Fa pensare a qualcosa di immobile. Perché non chiamarlo “divenire”?”. E a questo punto quale sarà il ruolo della politica? Cacciari focalizza la sua attenzione su uno dei tasti più dolenti, il rapporto fra politica e giustizia. Questo non è un ambito in cui legiferare a caso, “la politica si deve fare arbitro, e non spetta certo all’arbitro scegliere le formazioni, lui fa solo in modo che le regole siano rispettate”.

“Il compito del Partito Democratico è chiamare a se le intelligenze migliori, che guarda caso sono quasi sempre i più giovani” conclude il sindaco di Venezia guardando la sua giovanissima platea.

Fra gli interventi di chiusura anche quello di Davide Zoggia, presidente e candidato della provincia di Venezia. Per lui la parola d’ordine è “territorio”. “In questi mesi di crisi –afferma- mentre il governo pensava a pagare il dazio a Bossi e alla lega sperperando centinaia di milioni di euro, tanto amministratori si lambiccavano il cervello per trovare delle soluzioni”. E il PD, secondo Zoggia “l’unica vera novità nel panorama politico italiano”, ha in se la forza per fare la differenza in questo momento di difficoltà, è necessario però un nuovo approccio, a cominciare dalla campagna elettorale europea: “Queste elezioni Europee, pensiamo a vincerle”.