domenica 30 agosto 2009



LA PAURA DEL DIVERSO

Scrive Jean-Jacques Rousseau: “Spesso confondiamo l’uomo con gli uomini che abbiamo sotto gli occhi. Sappiamo assai bene cos’è un borghese di Londra e di Parigi, ma non sapremo mai cos’è l’uomo.”

Spesso la gente si indigna per le attenuanti che i giudici concedono ai nostri condannati. Li capisco. Guardano solo il fatto in sé e per sé. Ma i fatti sono compiuti da uomini ch sono cresciuti in certe condizioni e non altre. E non tener conto di queste circostanze significa ritornare a quella sorta di primitivismo che non prende in considerazione quanto la psicologia, la psichiatria, la psicanalisi e anche la sociologia, da due secoli a questa parte, hanno cercato di insegnarci. E poi, con questo rifiuto di conoscenze, pretendiamo di ritenerci più civili di quelle popolazioni del mondo, i cui regimi no prestano la minima attenzione a queste competenze?
Coloro che rifiutano le attenuanti a chi per ragioni culturali, biografiche, ambientali è diverso da noi, di fatto rifiutano qualcosa di più di una riduzione della pena. Essi rifiutano il reciproco riconoscimento, che non è l’assimilazione che dice: “Tu sei uomo come noi, dunque non ti resta che sollevarti al nostro modo di essere”, e neppure la tanto invocata integrazione che priva l’altro della sua alterità e quindi del costitutivo della sua identità. Essi rifiutano il sostegno di alterità, che evita agli uomini che vengono da terre diverse, con tradizioni culturali, religiose, sociologiche e persino psicologiche differenti, di precipitare nella somma indifferente delle identità puramente accostate e rese esangui nel loro potenziale creativo.
Per comprendere davvero chi è diverso da noi occorre che ci facciamo carico della sua sorte. Come? Guardando le nostre leggi, i nostri tribunali, la nostra costituzione, il nostro Stato, la nostra patria dal di fuori, come stranieri a nostra volta. Solo allora possiamo capire in che senso i nostri valori possono essere per lo straniero una prigionia e i suoi possono essere per noi inaccettabili. Se questa operazione riesce, scrive Barbara Spinelli in Ricordati che eri straniero (edizioni Oiqajon, Comunità di Bose) “ Grazie allo straniero siamo portati a chiederci, forse per la prima volta, chi siamo che cosa vogliamo, da dove veniamo. E per effetto di questa domanda siamo portati a trasformarci”.
Del resto ogni volta che allontaniamo il problema della divesità, confermiamo la nostra paura del diverso, che è poi la paura di quel diverso che ciascuno di noi è per sé stesso, e da cui ogni giorno strenuamente ci difendiamo per mantenere la nostra identità. Per questo parallelismo che esiste tra il diverso e chi ci abita e il diverso che incontriamo per strada, potremo porci la domanda che Pier Aldo Rovatti si pone in La follia, in poche parole (Bompiani): “ Dimmi chi sono per te i diversi e come li escludi, e ti dirò chi sei”.
Perché, invece di conoscerci attraverso tanti processi di interiorizzazione, a cui ci ha educato prima la religione e poi la psicologia, non percorriamo quell’altra strada che ci fa conoscere attraverso la relazione che abbiamo con gli altri. In fondo l’uomo è un “animale sociale”. Così almeno diceva Aristotele. Che ne abbiamo fatto di questo aggettivo che caratterizza la condizione umana?

da “La Repubblica delle Donne” di U. Galimberti

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