domenica 30 agosto 2009



Scrivere, talvolta per dimenticare.


Da quando medito e osservo, come posso, ho notato che in nulla gli uomini conoscono la verità o, vivendola, concordano su cosa sia veramente supremo o utile nella vita. La scienza più esatta è la matematica, che vive nella clausura delle sue stesse regole e leggi; certamente la sua applicazione serve a chiarire altre scienze, ma chiarisce ciò che queste scoprono, non aiuta a scoprire. Nelle altre scienze non è sicuro e accettato se non ciò che non ha nessun peso ai fini supremi della vita. La fisica conosce quale sia la vera meccanica della costruzione del mondo. E quanto più saliamo in ciò che desidereremmo conoscere, tanto più scendiamo in ciò che sappiamo. La metafisica, che sarebbe la guida suprema perché essa e soltanto essa si indirizza verso i fini supremi della verità e della vita- questa non è teoria scientifica, ma solamente un mucchio di mattoni che creano, in queste o in quelle mani, casi di nessuna forma che nessuna malta riesce a legare.
Noto, anche, che tra la vita degli uomini e quella degli animali non c’è altra differenza se non quella maniera in cui si ingannano o si ignorano. Gli animali non sanno quello che fanno: nascono, crescono, vivono, muoiono senza il pensiero, la riflessione vera o la vera percezione del futuro. Ma quanti uomini vivono in modo differente dagli animali? Dormiamo tutti, e la differenza sta solo nei nostri sogni e nel grado e qualità del sognare. Forse la morte viene a destarci, ma anche a questo non c’è risposta se non quella della fede, per coloro i quali credere è avere; quella della speranza, per coloro i quali desiderare è possedere; quella della carità, per coloro i quali dare è ricevere.
Piove, in questo freddo pomeriggio di inverno triste, come se avesse piovuto, così monotonamente, dalla prima pagina del mondo. Piove, e i miei sentimenti, come sottomessi alla pioggia, riempiono il loro sguardo inanimato verso il suolo della città, dove scorre un’acqua che non alimenta niente, non lava niente, non rallegra niente. Piove e io sento improvvisamente l’oppressione immensa di essere un animale che non sa ciò che è, che sogna il pensiero e l’emozione, raccolto, come in un tugurio, in una regione spaziale dell’essere, contento di un po’ di calore come di una verità eterna.

F. Pessoa – Il libro dell’inquietudine


LA PAURA DEL DIVERSO

Scrive Jean-Jacques Rousseau: “Spesso confondiamo l’uomo con gli uomini che abbiamo sotto gli occhi. Sappiamo assai bene cos’è un borghese di Londra e di Parigi, ma non sapremo mai cos’è l’uomo.”

Spesso la gente si indigna per le attenuanti che i giudici concedono ai nostri condannati. Li capisco. Guardano solo il fatto in sé e per sé. Ma i fatti sono compiuti da uomini ch sono cresciuti in certe condizioni e non altre. E non tener conto di queste circostanze significa ritornare a quella sorta di primitivismo che non prende in considerazione quanto la psicologia, la psichiatria, la psicanalisi e anche la sociologia, da due secoli a questa parte, hanno cercato di insegnarci. E poi, con questo rifiuto di conoscenze, pretendiamo di ritenerci più civili di quelle popolazioni del mondo, i cui regimi no prestano la minima attenzione a queste competenze?
Coloro che rifiutano le attenuanti a chi per ragioni culturali, biografiche, ambientali è diverso da noi, di fatto rifiutano qualcosa di più di una riduzione della pena. Essi rifiutano il reciproco riconoscimento, che non è l’assimilazione che dice: “Tu sei uomo come noi, dunque non ti resta che sollevarti al nostro modo di essere”, e neppure la tanto invocata integrazione che priva l’altro della sua alterità e quindi del costitutivo della sua identità. Essi rifiutano il sostegno di alterità, che evita agli uomini che vengono da terre diverse, con tradizioni culturali, religiose, sociologiche e persino psicologiche differenti, di precipitare nella somma indifferente delle identità puramente accostate e rese esangui nel loro potenziale creativo.
Per comprendere davvero chi è diverso da noi occorre che ci facciamo carico della sua sorte. Come? Guardando le nostre leggi, i nostri tribunali, la nostra costituzione, il nostro Stato, la nostra patria dal di fuori, come stranieri a nostra volta. Solo allora possiamo capire in che senso i nostri valori possono essere per lo straniero una prigionia e i suoi possono essere per noi inaccettabili. Se questa operazione riesce, scrive Barbara Spinelli in Ricordati che eri straniero (edizioni Oiqajon, Comunità di Bose) “ Grazie allo straniero siamo portati a chiederci, forse per la prima volta, chi siamo che cosa vogliamo, da dove veniamo. E per effetto di questa domanda siamo portati a trasformarci”.
Del resto ogni volta che allontaniamo il problema della divesità, confermiamo la nostra paura del diverso, che è poi la paura di quel diverso che ciascuno di noi è per sé stesso, e da cui ogni giorno strenuamente ci difendiamo per mantenere la nostra identità. Per questo parallelismo che esiste tra il diverso e chi ci abita e il diverso che incontriamo per strada, potremo porci la domanda che Pier Aldo Rovatti si pone in La follia, in poche parole (Bompiani): “ Dimmi chi sono per te i diversi e come li escludi, e ti dirò chi sei”.
Perché, invece di conoscerci attraverso tanti processi di interiorizzazione, a cui ci ha educato prima la religione e poi la psicologia, non percorriamo quell’altra strada che ci fa conoscere attraverso la relazione che abbiamo con gli altri. In fondo l’uomo è un “animale sociale”. Così almeno diceva Aristotele. Che ne abbiamo fatto di questo aggettivo che caratterizza la condizione umana?

da “La Repubblica delle Donne” di U. Galimberti

sabato 22 agosto 2009




Il ritorno dal viaggio

Le 7,45, la chiave nel blocchetto d’accensione, basta un giro ed il motore s’avvia. Nel bagagliaio la valigia, carica del migliore guardaroba, un borsone da viaggio, con scarpe ed accessori utili per la breve vacanza.
L’estate mattutina è già carica di luce. Ha inizio così quel tempo desiderato, quello spazio di vita da regalarsi, il tempo del sé, nell’ardore di esserci e di fare. Le strade si aprono, il traffico dei vacanzieri agostani non disturba: sono molte centinaia di chilometri da percorrere, senza fretta, nel regalo di un viaggio che apre nuovi orizzonti, nuovi luoghi, nuove spazi, nuove speranze. Si parte per giungere alla meta, ma è il viaggio colui che ci conduce, è il viaggio lo spostamento vero che si muove in noi, e la magia di quello spazio-tempo è data dalla velocità di percorso, nella sua lentezza per inossidarlo ai nostri occhi, nell’ osservazione di ciò che si tramuta.
Vivo un intervallo, ogni aspettativa avrà un suo sapore, ogni gioia sarà benaccolta, ogni delusione lascerà un segno: tuttavia vivo, perché ho bisogno di farlo, per non accogliere solo passività, perché la vita non dev’essere solo avara, perché questo ritorno dal viaggio mi ha insegnato che i sogni, comunque vadano, si possono realizzare, solo e attraverso il loro cammino.