
IL CORAGGIO DI CAMBIARE
l'editoriale di Concita De Gregorio
Non ci appassiona il gioco di chi dice ha
perso l’altro dunque ho vinto io. Berlusconi
crolla dunque Fini gioisce, il candidato di
D’Alema va peggio di quello di Veltroni o
viceversa, dunque ecco chi è più forte. Le
elezioni non servono a calibrare strategie
precongressuali né ad alimentare la gara
alla leadership degli schieramenti. Omeglio
servono anche a questo ma solo di rimbalzo,
eventualmente, in terza battuta e nelle
segrete stanze. Prima e per tutto il resto del
Paese, per le persone comuni che vanno a
votare, le elezioni servono a eleggere amministratori
capaci, parlamentari degni di rappresentarci
in Italia e in Europa, eventualmente
di governare. Dovrebbe essere così
ma è diventato sempre più difficile scegliere.
È anche per questo, probabilmente, che
in così tanti non vanno più a votare. È proprio
per questo che la possibilità di esprimere
preferenze, come accade alle Europee,
dice qualcosa di fondamentale sul rapporto
fra base elettorale e classe politica. Osservate
bene i risultati. A dispetto della formazione
e della gerarchia delle liste - calibrate
ancora secondo logiche di «peso politico
interno» - inmoltissimi casi gli elettori hanno
premiato volti nuovi, persone venute dalla
politica sul territorio, candidati incapaci di
farsi portatori di decenni di diatribe personali
e reciproci rancori. Debora Serracchiani ne
è l’esempio più luminoso. Ha battuto in
preferenze il presidente del Consiglio. Nel
Pd ha superato il capolista Luigi Berlinguer,
il potente segretario del Pd emiliano Caronna.
Non è una ragazzina, è un avvocato di
quasi quarant’anni. Ha una lunga militanza
alle spalle, è stata scelta dalla base, ha vinto.
L’Italia è piena di Debore. Simona Caselli ha
superato il premier a Parma. Francesca
Barracciu lo ha battuto in Sardegna, poi non
eletta nonostante 116mila preferenze. Francesca
Balzani ha stravinto a Genova. L’Italia
custodisce centinaia di persone che sono il
Pd che l’elettorato vorrebbe: ora che è chiaro
bisognerà, la prossima volta, sceglierle
con cura, non nasconderle in fondo agli
elenchi, non strapparne la notte imanifesti,
crederci. In una bella intervista Antonio Di
Pietro dice oggi a Claudia Fusani: «Noi siamol’altra
gamba del progetto». Parla al Pd.
Parla alla sinistra. Anche a quella sinistra che
alcuni chiamano radicale. Il 6 per cento
dell’elettorato ha scelto la sinistra a sinistra
del Pd. Il cammino da fare ora è questo:
ritrovare la trama comune.
Il risultato così incerto delle amministrative
del resto parla chiaro. Persa rovinosamente
Napoli, era prevedibile ma certo l’assenza di
rinnovamento ha pesato. Perse le Marche e
l’Umbria, non è stato fatto un buon lavoro
sul territorio: le persone ci sono, basta dal
loro spazio e fiducia. Restano salde le piazze
storiche, la Toscana e l’Emilia sebbene il
giovane Renzi, cattolico della Margherita
abbia ottenuto un risultato inferiore a quello
sperato. Bisogna aspettare i dati definitivi e
poi leggere bene l’insegnamento che viene
dal voto. C’è bisogno di coraggio, Franceschini
ne ha avuto in questi primi difficili due
mesi. Ne serve altro, soprattutto adesso.
Bisogna cambiare, aprire e non chiudere,
non avere paura di misurarsi, non difendersi
in trincea. Berlusconi ha già perso.
da l'Unità 9 giugno 2009
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