LA PAROLA PERDUTA
Non solo il linguaggio ma le parole tutte, per uniche che ci appaiano, per sole che vadano e per inattesa che sia la loro comparsa, alludono a una parola perduta, come si sente e si sa all'improvviso con angoscia a volte, e in una sorta di albeggiare che palpitando la annuncia da un momento all'altro. E la si sente anche pulsare nel fondo della respirazione stessa, del cuore che la custodisce, garanzia di ciò che la speranza non riesce a immaginare. E nella stessa gola, in atto di sbarrare íl passo con la sua presenza alla parola in procinto di uscirne. Quella porta che l'alba chiude nel momento in cui si apre. L'amore che non arriva mai, che viene meno sul filo dell'aurora, l'inafferrabile che si separa da quelli che si accingono a morire o stanno già morendo, e che lottano – tormento dell'agonia – per lasciarla qui e diffonderla quando non gli è più possibile farlo. La parola che se ne va con la morte violenta, e quella che sentiamo che la precede come guida, la guida di quelli che, alfine, possono morire.
Perduta la parola unica, segreto dell'amore divino-umano. E non si riferiranno per caso ad essa quelle parole privilegiate a stento udibili come mormorìo di colomba:
Direte che mi sono perduta,
Che, andando innamorata,
Mi persi a bella posta e fui trovata?
Maria Zambrano

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